A scuola di #lavorobenfatto, di #tecnologia, di #consapevolezza. Questo lo avete scritto voi

Anna D’Alessio
Salve, sono docente di infanzia presso l’Istituto Comprensivo “Via Soriso” a Roma e invio qualche foto relativa al percorso svolto nel corrente anno scolastico. Mi permetta una osservazione a riguardo: non è vero che il digitale è uno strumento freddo, senza anima, che isola il bambino in un mondo parallelo. Al contrario, come ho potuto constatare, il digitale non solo è riuscito a essere uno strumento emozionale ma ha reso l’apprendimento gioioso, stimolante, mai noioso, riuscendo a coinvolgere tutti i bambini, rispettandone l’individualità. Inoltre ha stimolato la condivisione, il cooperative learning, in un ambiente a misura di bambino e per questo sempre duttile, diverso, accogliente , stimolante. L’aula è diventato un ambiente d’apprendimento privilegiato, in cui confrontarsi, rispettarsi, crescere insieme in armonia. Cosa chiedere di più ad una Area spesso sottovalutata in particolare nella prima infanzia? Spero che la cultura digitale possa diffondersi per offrire ai nostri bambini nuove opportunità di apprendimento e quindi di sviluppo delle individuali competenze nascoste in ognuno. Grazie per l’attenzione
Maestra Anna

Maria Cristina Picciolini
Grazie Vincenzo per questo articolo. Mi piace molto e mi ritrovo pienamnete con i contenuti trattati. Volevo raccontarvi che contribuisco nel mio piccolo al cambiamento. L’ho fatto pubblicando un mio progetto editoriale che ho voluto dedicare ai giovani, esponendo attraverso un coro di voci, l’importanza che ha l’arte nella nostra crescita personale. Dobbiamo porre un cambiamento al modo di pensare e vedere le cose, sono d’accordo!! Lo scopo del mio progetto è di presentarlo nelle scuole, infatti da ottobre inizierò con un liceo della Sicilia. Se ci fosse qualcuno interessato sempre nella regione Sicilia per l’anno scolastico 2015-2016, io ci sarò! Il libro si intitola Mare Magnum.

Eleonora Dicati
#scuolaperme

Rosaria Della Ventura
Ciao Vincenzo, conto di proporre l’iniziativa #Lavorobenfatto in ogni scuola al mio Dirigente Scolastico e di preparare delle lezioni con i miei ragazzi. Spero di avere aggiornamenti nei prossimi giorni. Naturalmente ti tengo aggiornato.

Dunia Pepe
Ciao Vincenzo, ci chiedi di parlare di #lavorobenfatto nella scuola. A me e alla mia collega Piera Casentini, che lavoriamo per ISFOL, viene in mente l’Istituto Tecnico Industriale e Liceo Scientifico Ettore Majorana di Brindisi. Si tratta di un modello di eccellenza della scuola italiana di cui ci stiamo occupando, in Isfol, noi che lavoriamo sul tema “Innovazione, inclusione sociale e transizioni verso il lavoro”. Questo Istituto nasce nell’Ottobre 1976 e si inserisce da subito nella realtà produttiva e sociale della città di Brindisi e del Salento proponendo indirizzi di chimica, chimica industriale, tecnologie alimentari e dotandosi di moderne apparecchiature tecnologiche. Dal 1998/99, l’Istituto Majorana amplia l’offerta formativa con il Liceo Scientifico Tecnologico e potenzia gli insegnamenti della matematica, dell’informatica e di altre materie scientifiche. Nel 2008, l’Ettore Majorana è tra le 15 scuole italiane che aderiscono al patto nazionale per le scuole digitali il cui principio cardine è applicare la tecnologia alla didattica. Ogni aula viene dotata di registro elettronico e lavagna interattiva multimediale, l’utilizzo dei tablet sostituisce l’uso della carta al fine di stimolare la creatività e l’autonomia dei ragazzi, con il passare degli anni la scuola si dota di aule 3D e di laboratori per la fabbricazione digitale, i FabLab. Grazie al modello didattico della classe capovolta, l’insegnante a scuola non propone più lezioni frontali ma degli argomenti di studio che i ragazzi approfondiscono sia a scuola che a casa grazie ai materiali offerti anche dal web. La scuola diventa un laboratorio dove ritrovarsi per confrontarsi, coordinarsi, rielaborare e verificare le conoscenze acquisite. Qui il felice connubio ed il feedback tra utilizzo delle nuove tecnologie e innovazione delle teorie pedagogiche ha permesso di avviare un progetto di modernizzazione della scuola sorprendente. Nel 2010, il Preside dell’Istituto, Salvatore Giuliano, promuove il progetto ‘Book in progress’ in virtù del quale i libri di testo sono scritti dagli insegnanti e stampati all’interno della scuola. Questo consente non solo alle famiglie di risparmiare sui libri di testo, ma fa si che i soldi risparmiati possano essere reinvestiti in nuove tecnologie utili alla didattica. Il ‘Book in progress’ diventa in breve tempo un progetto comune a circa 180 scuole italiane che intendono creare una rete destinata ad ingrandirsi con la collaborazione delle famiglie. «La vera sfida – come dice Salvatore Giuliano -, è quella di trasformare il ‘Book in progress’ da prodotto in metodo: un nuovo metodo didattico in virtù del quale i contenuti vengono creati contestualmente da alunni e docenti ed in modo tale da costruire un vero e proprio diario di bordo degli apprendimenti i cui protagonisti sono gli alunni».
bonora3a

Cara/o amica/o giornalista ti scrivo, così ti disturbo un po’

Ieri ho provato a mettere un messaggio nella bottiglia, ve lo ripropongo qui in versione più ragionata:
«Care amiche e cari amici giornaliste/i, da più di un anno sto lavorando – insieme a un bel gruppo di maestre/i, insegnanti, prof., nella scuola – dalla prima elementare all’università – per promuovere l’uso civico delle tecnologie a partire da tre idee guida che riassumo in forma di hashtag: #lavorobenfatto, #tecnologie, #consapevolezza. I risultati mi sembrano assai incoraggianti, dai bambini di 6 anni che progettano la loro classe (e l’anno prossimo la vedranno realizzzata) fino agli studenti universitari che si trasformano da consumatori a produttori di contenuti, da credit hunter ad autori, passando per i ragazzi della scuola media di Roma che stanno elaborando i risultati del questionario sull’uso delle tecnologie nelle loro famiglie e per i ragazzi dell’istituto tecnico di Scampia che stanno realizzando il videogioco sul rapporto tra uomini e macchine.  Un bel po’ delle cose le abbiamo raccontate in un libro, altre le stiamo semplicemente facendo e contiamo per l’anno prossimo di arrivare in altre scuole, ad esempio a Lomello, in provincia di Pavia, o in provincia di Lecce, dove abbiamo già fatto o stiamo per fare un pezzettino di strada.
Che dite amiche e amici giornalisti, mi confermate che questa non è una notizia? Che non avete un po’ di spazio per parlarne perché avete ogni giorno cose molto più importanti sulle quali scrivere? Se così è confesso che sono preoccupato, perché io non ho questa stessa impressione, e allora vuol dire che perdo colpi, che non capisco più qual è l’ordine di priorità, non distinguo più quello che viene prima da quello che viene dopo.»

Come dite? Il finale è un po’ provocatorio? Non sono d’accordo, lo definirei piuttosto ironico, irriverente il giusto, come ho fatto già nel titolo e come si conviene tra amici.
Anzi, sapete che faccio, vi saluto aggiungendo qui di seguito i link ai racconti che ho pubblicato fin qui, che magari qualcuno ve lo siete perso, che magari qualche amica/o giornalista gli dà un’occhiata.

Lavoro ben fatto e uso consapevole delle tecnologie: diario romano
Lavoro ben fatto e uso consapevole delle tecnologie: diario di una prima elementare
Lavoro ben fatto e uso consapevole delle tecnologie in ogni scuola. What else?
Quando la scuola diventa una bottega digitale
Lavoro ben fatto e uso consapevole delle tecnologie: diario di una quinta elementare
Lavoro ben fatto e uso consapevole delle tecnologie
La scuola, l’innovazione, il lavoro
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grillo1

scratch lavori in corso

Il caffè di Tiziana

diso1Tiziana Diso l’ho conosciuta via telefono un paio di settimane fa. Ho un cattivo rapporto con il telefono, un rapporto che quando sono sul treno diventa pessimo, un po’ perché se la telefonata mi prende sono portato ad alzare la voce e dunque a dare fastidio e un po’ perché non capisco mai bene se sto parlando con qualcuno o da solo, che poi cade la linea e al giro successivo si ricomincia da «scusa, a che punto eravamo arrivati?».
Questa volta invece no. Anche se io ci provo a dire che richiamo appena scendo dal treno lei mi propone un ragionevole «senta, visto che ci siamo parliamo fino a che non cade la linea» e al resto ci pensa lui, il telefono, che pur di farmi dispetto non la fa cadere, la linea.
Così Tiziana mi dice che insegna, che ha letto de «Il coltello e  la rete», che è «animatrice digitale», che la sua scuola è l’Istituto Comprensivo Botrugno Nociglia San Cassiano e Supersano  che sta in provincia di Lecce e che insomma vorrebbe organizzare una presentazione discussione del libro.
Come dite? Volete sapere cosa ho pensato io? Due cose: 1. come è lontano; 2. come sono contento. Dopo di che abbiamo chiacchierato un po’ e siamo rimasti che lei avrebbe data un’occhiata al libro e poi ci saremmo risentiti.
Oggi l’ho cercata io via chat e le ho chiesto se e come intendeva procedere. Come dite? Volete sapere come mi ha risposto? Così: «Sì sì, ho letto e ho proposto l’evento nel Caffè pedagogico-digitale che ho organizzato, ne sono tutti entusiasti. Il libro oltre a trasudare di passione, professionalità e intraprendenza, è un acquarello del nostro tempo che ci fa riflettere su tante cose. In alcuni tratti è lo specchio delle nostre attività, se non nella forma, nella sostanza. Fammi sapere quando potresti esserci per poter organizzare il tutto al meglio.» Come dite? No, questa volta non ho pensato che è lontano, sono stato solo felice.

Daniela Esposito

Il libro affronta il complicato rapporto con la rete, e lo fa attraverso l’esperienza di cinque docenti che operano in diversi gradi della scuola pubblica, più un sociologo. Ognuno porta la sua esperienza, si parte dai bambini delle elementari fino ad arrivare agli studenti universitari. A guidare il viaggio, Vincenzo Moretti, sociologo, è da lui che parte l’idea di questo libro, ed è lui che, come un capotreno dà inizio al viaggio e lo conclude, in una sorta di struttura circolare. Un viaggio, ecco come ci appare il libro, perché i capitoli che lo compongono si dividono in stazioni, ciascuna con il nome del quartiere di riferimento in cui si opera. E quindi abbiamo Stazione Garibaldi, Stazione Ponticelli, e così via, e questo rimando alle stazioni fa venire in mente la via crucis, il percorso di sofferenza di Cristo che lo portò alla morte e quindi alla salvezza. E, cattolicesimo a parte, la docenza è quasi sempre una via crucis le cui stazioni di sofferenza sono legate a tante cause (burocrazia, scarsa considerazione sociale, alunni demotivati…). Ma così come alla fine della via crucis per Cristo c’è la salvezza, anche nella scuola, che tu lavori a Ponticelli, Scampia o altrove, nonostante tutte le difficoltà che potrai incontrare, ti basterà vedere anche in un solo alunno quella particolare luce negli occhi, per dire che ne è valsa la pena, e allora eccola anche la nostra salvezza.
E quindi le stazioni non rappresentano solo una scelta narrativa nella suddivisione dei capitoli, ma diventano tappe di un viaggio che copre sì uno spazio fisico (da Garibaldi a Scampia), ma è anche un viaggio dell’anima, che parte dal basso (territorialmente parlando), per arrivare in alto, liberandosi di tutti i dubbi, le difficoltà, dimostrandoci ancora una volta che il viaggio è da sempre archetipo e metafora della vita.
E agli estremi di questo magma emotivo legato alle diverse esperienze didattiche, c’è la razionalità di Vincenzo Moretti, che apre il libro nella stazione di Garibaldi e ci conduce lungo un percorso che attraversa diverse realtà e anime della città, e lo conclude a Secondigliano. Ma in realtà il viaggio non si conclude, perché da esperto capotreno, Moretti invita i lettori a proseguirlo e a far salire sul suo treno tutti quelli che sanno che il viaggio, che sia immaginario o reale, se condiviso può solo arricchirci.
C’è tutto questo nel libro? Chi lo sa, ma non importa, perché come ha detto Umberto Eco, recentemente scomparso, un libro, dal momento in cui lo dai alle stampe non appartiene più allo scrittore ma al lettore, che ci può trovare dentro anche cose lontane da quello che lo scrittore aveva pensato.
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Lavoro ben fatto e uso civico delle tecnologie

Citazione
L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Claim

Il lavoro ben fatto da un lato, le tecnologie dall’altro, la consapevolezza in mezzo.

Hashtag

#consapevolezza; #cultura; #diritti; #lavorobenfatto; #narrazione; #tecnologie.

Idee guida
1. La narrazione come «mezzo» di cambiamento culturale e sociale. Perché raccontando storie ci prendiamo cura di noi, attiviamo processi di innovazione, diventiamo autori – nel senso che impariamo a produrre e non solo a consumare contenuti – incrementiamo il valore sociale delle reti e delle comunità con le quali interagiamo.

2. La cultura del lavoro ben fatto come «motore» di questo processo di cambiamento. E’ una storia di innovazione che comincia dal come fare le cose, dall’urgenza di farle bene, dall’idea che il cambiamento prima ancora che una questione tecnologica sia una questione culturale, riferibile cioè all’approccio, al modo di pensare e di fare le cose, dato che se lo fai bene, qualunque lavoro ha senso (vale per il postino, la scienziata, il muratore, la maestra, l’ingegnere, la sarta, l’ebanista, il maker, l’artigiano tecnologico, il restauratore, ecc.).

3. L’utilizzo consapevole delle tecnologie come diritto, come opportunità, come occasione di crescita culturale e sociale delle persone e delle organizzazioni. Le tecnologie, tutte le tecnologie, hanno da sempre – per evidenti ragioni e molteplici punti di vista – un ruolo importante. Le tecnologie digitali più delle altre per dispiegare appieno le loro possibilità richiedono uso civico, appropriatezza, consapevolezza. Il bimbo che già in prima elementare comprende che il bastone è una tecnologia, che se ti ci appoggi è una buona tecnologia e se lo dai in testa a un’altra persona è una cattiva tecnologia è  esemplificativo del nostro approccio. Perché associare la «buona» o la «cattiva» tecnologia all’uso che se fa funziona per il bastone e per il tablet, per il coltello e per la rete.

Obiettivi
Il nostro progetto è finalizzato a diffondere il lavoro ben fatto e l’uso civico delle tecnologie nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle università.
Più nello specifico intendiamo contribuire a:

1. Diffondere nelle scuole, nelle famiglie, nella società italiana la cultura del #lavorobenfatto, l’idea che qualunque cosa una persona debba fare – studiare, cucinare la pasta e fagioli, progettare una soluzione smart per un borgo antico, costruire il centro direzione di Tokyo, rammendare un calzino – è importante, ha senso, solo se la fa bene.

2. Rendere più partecipi e consapevoli gli alunni (studenti), dalle scuole elementari all’università, sviluppando il loro approccio olistico e collaborativo alla risoluzione dei problemi.

3. Migliorare la capacità di dialogo, il senso civico e il livello di consapevolezza nell’utilizzo dei nuovi media digitali a ogni età (la famiglia e rapporti intergenerazionali più in generale possono aiutare  anche a ridurre il livello di analfabetismo funzionale e digitale degli adulti).

4. Sviluppare l’attività di narrazione in classe e nella comunità a partire dal lavoro di genitori, nonni, parenti, amici, conoscenti ricostruendo a partire dal lavoro le storie delle famiglie, delle scuole, delle comunità.

5. Scambiare idee, esperienze, buone pratiche da far confluire in un almanacco digitale nazionale del #lavorobenfatto con i racconti delle diverse classi, delle scuole, delle comunità che partecipano al progetto.

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Adolfo Fattori

Ragionare oggi sullo stato della scuola italiana – e probabilmente della scuola in generale – è complicato.
È complicato perché si sommano e si intrecciano vari ordini di discorso, che riguardano piani diversi. Se poi guardiamo le cose dall’osservatorio della scuola napoletana, la faccenda si fa ancora più complicata, perché ai temi generali che riguardano la didattica, il suo rinnovamento, l’incontro-scontro con le nuove tecnologie, si aggiunge l’attenzione – etica, prima ancora che scientifica o didattica – alla “dispersione scolastica”, al benessere a scuola… Fra l’altro, “nuove” tecnologie? hanno settant’anni: quelli della “macchina di Turing”, quello che oggi chiamiamo “computer” – e la televisione ne ha novanta! E la nostra sudditanza intellettuale, sulla scorta del linguaggio delle circolari ministeriali, ce le fa chiamare, e quindi concepire, ancora come “nuove”!
Allora, prima di tutto, liberiamoci dallo sguardo “scolastico”, operiamo una rotazione del punto di vista, facciamo una piccola “rivoluzione copernicana” e guardiamo alla scuola dal fuori, dal mondo, e non dall’interno della scuola stessa.
… E guardiamo un attimo al passato:
Per secoli, se non millenni, gli umani, tutti, hanno imparato dall’esperienza concreta: facevano cose, e agivano sulla realtà (mentre la realtà agiva su di loro), imparando e concettualizzando.
A partire da un certo momento storico, fino a tutta la Modernità, l’istruzione si è divisa in due grandi aree: quella pratica, in cui si “imparava un mestiere”, e quella astratta, che formava le classi dirigenti, le élites.
Da un certo momento in poi, tutta l’istruzione è diventata astratta, fondata sul “sentito dire”, staccata dal reale e dal suo mutamento, in parte legata implicitamente allo studio del passato (pensiamo alla Storia, alle lingue “classiche”), ai sistemi astratti (Matematica, Fisica, Chimica…), o – se vuole insegnare il presente – si ritrova a insegnare qualcosa che, per causa dell’accelerazione continua, quotidiana, del mutamento, nel momento in cui lo insegna è già passato.
Oggi, tutte le aree della socializzazione (istruzione, formazione – formale, informale, non-formale) si trovano a fare i conti con un titanico sistema di formazione, informazione, socializzazione: il Web/il digitale.
La caratteristica del digitale – e del Web – è che propongono un’esperienza di socializzazione che è prima di tutto estetica, e che immerge le persone in una sfera che rapidamente si sta imponendo come il principale mediatore far noi e la realtà, anzi come la realtà stessa. E rispetto a questo, non valgono né moralismi né buone intenzioni – né peggio ancora, le alchimie didattico/contabili di sedicenti tecnocrati come i nostri docimologi, valutatori, burocrati dell’istruzione.
Ormai dobbiamo tener conto di una eventualità: che il futuro della socializzazione non possa più fare a meno di guardare alla Rete e al digitale, perché sono la rete e il digitale a battere il tempo e dettare i ritmi del mutamento, della socializzazione, della crescita, perché sono sempre più il mondo in cui viviamo.
Un’obiezione? Ma se tutto questo discorso parte dall’opposizione fra “esperienza” e “sentito dire”, cosa c’è di più distante dalla realtà concreta del Web e del digitale? Strumenti per eccellenza di mediazione e riscrittura fra noi e il reale? Vero, ma… il reale, è ciò che noi – socialmente – definiamo e esperiamo per tale. Ed è più reale un gioco interattivo in rete, o un episodio di storia greca letto su un libro – peraltro fatto sempre più spesso male?

Un consiglio di lettura:


http://www.mediascapesjournal.it/

copertino5

Dunia Pepe

“Il 28 luglio del 2015, ricorda Vincenzo Moretti, presso la Camera dei Deputati, viene presentata la Carta dei diritti in Internet. Sono quattordici gli articoli che compongono questo documento volto a garantire l’effettività dei diritti fondamentali di ogni persona anche in rete: riconoscimento e garanzia dei diritti; diritto di accesso; diritto alla conoscenza ed all’educazione in rete; neutralità della rete; tutela dei dati personali; diritto all’autodeterminazione informativa; diritto all’inviolabilità dei sistemi, dei dispositivi e domicili informatici; trattamenti automatizzati; diritto all’identità; protezione dell’anonimato; diritto all’oblio; diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme; sicurezza in rete; governo della rete” (Moretti et al., 2015, p. 187). In quello stesso giorno, osserva ancora Moretti, il 28 luglio 2015, a Buenos Aires nel corso dell’International Joint Conference of Artificial Intelligence, viene resa nota la Lettera appello promossa dal Future of Life Institute contro la possibilità di creare armi capaci di prendere autonomamente la decisione di uccidere. Tra gli altri firmatari della lettera vi sono Noam Chomsky, Peter Norvig direttore delle ricerche di Google, il filosofo e logico Daniel Dennet.

“Se anche io ho deciso di firmare questa lettera, spiega Moretti, è perché sono convinto che l’uso di qualunque tecnologia abbia bisogno di un atto di consapevolezza individuale, di un’assunzione di responsabilità che in nessun caso può essere delegata ad una macchina, per quanto intelligente possa essere. La sera, quando metto la testa sopra il cuscino, sono contento. Penso che anche la lettera, come già la Carta, potrà aiutare i ragazzi, e noi con loro, a ragionare, approfondire, affrontare con spirito critico l’impegno che ci aspetta” (Moretti et al., 2015, p. 190). “L’impegno, cui Vincenzo Moretti fa riferimento, che aspetta lui ed i ragazzi” riguarda la creazione di gruppi di approfondimento, in alcune scuole ed università di Napoli e con allievi di diversa età, su tematiche legate al lavoro ed ai lavori del futuro, alle nuove tecnologie ed allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, al rapporto dell’uomo con le macchine. Tutto questo con l’obiettivo e la speranza che anche i giovani riescano ad immaginare un discorso sul futuro “intriso di curiosità, interesse, bellezza…” (Moretti et al., 2015, p. 16).

Sono quattro le strutture impegnate in questo progetto: la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, l’Ic Marino Santa Rosa, l’Iti Galileo Ferraris e l’Università Suor Orsola Benincasa. Tre le classi impegnate nella sperimentazione: una quinta elementare, una prima Iti, un corso universitario. Sono oltre 100 infine gli studenti coinvolti nella riflessione sulle tante possibilità che le nuove tecnologie offrono per l’evoluzione non solo del lavoro, ma anche e soprattutto del pensiero dell’uomo e delle sue condizioni di vita. A questo proposito partendo da alcune suggestioni del libro Homo Pluralis di Luca De Biase, gli insegnanti, i ragazzi e Vincenzo Moretti ragionano sul fatto che la diversità può essere considerata la forza motrice del cambiamento, la possibilità di superare il conflitto tra uomo e macchina, la via per rendere la vita più libera, più degna di essere vissuta. Nel nostro tempo che è anche il tempo di internet “l’intelligenza plurale può scegliere il terreno dell’impegno civico, dell’approccio ecologico alle nuove tecnologie, della concezione della conoscenza come bene comune…” (Moretti et al., 2015, p. 16), aiutandoci a ripensare lo spazio pubblico comune, a definire il ruolo che a ciascuno di noi spetta ricoprire nell’ambito di questo spazio così ridisegnato, individuare i percorsi concreti attraverso i quali anche le nostre idee possano trovare ascolto sulla scena pubblica…”.

Ai ragazzi viene chiesto di riflettere, discutere e rispondere ad alcune domande relative alle innovazioni più importanti del nostro secolo: le macchine che sostituiscono il lavoro umano, i sistemi intelligenti con cui gli stessi ragazzi interagiscono quotidianamente, l’internet delle cose, i lavori nati dalle nuove tecnologie. Il progetto prevede tra l’altro confronti, dibattiti, incontri con esperti e la progettazione di un videogioco. L’obiettivo è quello di migliorare il loro livello di consapevolezza in merito all’utilizzo delle nuove tecnologie, stimolare le loro capacità creative, aiutarli ad esprimere le loro idee in modo sistematico attraverso l’ideazione, la progettazione, la programmazione. Dobbiamo riconoscere infatti che internet è una vera, grande rivoluzione. “Un major event che sta rideterminando, i caratteri stessi della modernità; che spariglia le carte con cui siamo soliti interpretare il mondo, e noi nel mondo, e ci costringe a decostruire e ricostruisce linguaggi, identità, sistemi di relazione, modi di essere, di fare, di comunicare e di rappresentarsi, delle persone e delle organizzazioni; che riscrive le partiture di valori, credenze, preferenze che rappresentano la colonna sonora delle nostre vite e ridefiniscono i confini di ciò che per noi è importante, è certo, è stabile, e ciò che invece non lo è (Moretti et. Al., 2015, p…).
Internet è insomma molto di più di una tecnologia, di un’infrastruttura, di una rete… è la scelta di tutelare i diritti delle persone in un mondo, al tempo stesso, moltiplicatore di opportunità ed esposto ad un grande rischio di manipolazione. In tal senso il rapporto con Internet chiama in causa un importante problema di consapevolezza sull’uso della rete e questo problema, di grande portata strategica, andrebbe affrontato nelle scuole, sui social network, nelle università, nelle associazioni, in ogni luogo e in ogni occasione. “E’ un problema di consapevolezza, osserva Moretti (2015, p. ), ed un mondo più consapevole non è solo più inclusivo e meno ingiusto, è anche un mondo che riflette di più, dove c’è più conoscenza,… più profondità, più disponibilità a valutare ragioni e punti di vista diversi, più capacità di trovare soluzioni e risolvere problemi, più possibilità di prendere decisioni orientate al bene comune. E’ insomma un mondo che ha più identità e più senso”. Proprio rispetto al tema della consapevolezza, Vincenzo Moretti ha lanciato nel 2015 una petizione finalizzata all’istituzione di un giorno dedicato alla consapevolezza, un Internet Consciousness Day da celebrare una volta all’anno in tutto il mondo “perché magari ci aiuta a recuperare il senso culturale, sociale e politico della rete…”

L’Internet Consciousness day dovrebbe offrire l’occasione per discutere sull’uso consapevole delle tecnologie nelle scuole, nelle università, nelle associazioni, nelle librerie, nelle biblioteche, nelle botteghe, nelle fabbriche, negli uffici, nelle case ed in ogni parte d’Italia… Perché Internet non è solo l’ultimo modello di smartphone, la piattaforma per i giochi, per il commercio o per i viaggi più avanzata, il social network dove incontrare gli amici, è anche, prima di tutto, una straordinaria occasione per attivare processi di abilitazione e di inclusione e per combattere con più efficacia le ingiustizie e ridurre la sofferenza socialmente evitabile… “Perché il coltello può servire per tagliare il pane ma anche per uccidere”.

Il libro Il coltello e la rete affronta dunque problemi fondamentali legati alle nuove tecnologie ed ai media digitali: problemi relativi al ruolo ed ai significati che le tecnologie digitali rivestono sia per la cultura, la vita ed il futuro dei giovani, che per lo sviluppo di una società più democratica ed inclusiva per tutti. Al fine di poter far fronte alle sfide ed ai problemi di una società in rapido mutamento come lo è quella attuale, secondo Alfonso Molina, Direttore di Fondazione Mondo Digitale, occorre dare un’importanza prioritaria allo sviluppo delle conoscenze e della formazione. “La parola chiave della società contemporanea è la complessità, complessità che ben si esprime nell’internet delle cose, nei big data, nei miliardi di dispositivi che oggi sono collegati ad internet e che, entro il 2019 saranno 25 miliardi vale a dire 4 volte più numerosi della popolazione umana che all’epoca sarà di 8 miliardi. Le mutate condizioni socio economiche saranno all’origine di nuovi lavori e di nuove professioni. Si calcola, osserva Molina (2015), che il 65% dei ragazzi che iniziano la scuola in questi anni faranno dei lavori che non sono stati ancora inventati”.

“I nostri giovani, osserva Jacqueline Fuller direttrice di Google.org (2015), hanno nelle loro tasche più tecnologia di quanta ne avessero gli uomini sbarcati sulla luna” e questa tecnologia rappresenta una grande opportunità se si pensa che entro il 2020 ci saranno 900mila nuove occupazioni legate alla tecnologia con il rischio che non ci siano le persone preparate per farle. Proprio in questa ottica orientata all’innovazione ed alla formazione lifelong, nel 2014, Fondazione Mondo Digitale ha dato vita, proprio in collaborazione con Google, all’Officina dei nuovi lavori ed alle Palestre dell’Innovazione dove si pratica un modello di Educazione per la Vita. L’Officina dei nuovi lavori, spiega Molina (2015), rappresenta al tempo stesso un ambiente fisico-virtuale per l’innovazione e l’educazione per la vita; una palestra per l’apprendimento esperienziale e la pratica dell’innovazione in tutte le sue espressioni; un luogo d’incontro tra vecchie e nuove professioni dove assumono un ruolo centrale la creatività per la crescita professionale, lo sviluppo di competenze per il ventunesimo secolo, il gaming, la robotica, la pratica dei fablab. L’Officina dei Nuovi Lavori si pone specificamente l’obiettivo di diffondere tra i giovani conoscenze, competenze e competenze digitali, capacità di fabbricazione artigianale e digitale al fine di ridurre la dispersione scolastica e combattere il fenomeno dei Neet. “Le palestre per l’innovazione pongono al centro dei loro interessi e delle loro attività i giovani che rappresentano il cuore pulsante della società… qui i giovani si trovano a contatto con gli adulti e gli studenti lavorano a fianco degli artigiani. Le pratiche formative promosse dalle palestre dell’innovazione mettono in contatto il mondo della scuola con il lavoro, preparano i giovani al lavoro imprenditoriale affinché questi imparino a costruire la loro vita”. Nei primi mesi di attuazione del progetto, più di 8000 giovani hanno frequentato le Officine dei nuovi lavori promosse da Fondazione Mondo Digitale. Sono state chiamate officine proprio per mettere in rilievo il fatto che non vi si insegna un sapere astratto ma delle attività laboratoriali fortemente legate alla società, ai suoi modelli economici, alla progettazione del futuro, alla cittadinanza responsabile.

La complessità della società contemporanea, osserva Alfonso Molina (2015), ci obbliga a riconoscere l’esistenza di almeno tre forme di apprendimento: lifelong perché si apprende durante tutto il corso della vita; lifewide perché si apprende nei diversi momenti e contesti della vita, a scuola, a casa, con gli amici; life deep, relativo ad un apprendimento profondo, trasformativo. Se l’apprendimento riguarda tutta la vita e le sue tante dimensioni, al fine di progettare modelli adeguati di formazione, è necessario saper tracciare stretti rapporti tra sapere e saper fare, tra conoscenza e lavoro, tra scuola e lavoro; tra scuola, lavoro e territorio; tra giovani ed adulti. L’importanza di un modello di apprendimento lifelong è legata non soltanto al fatto che consente di ridurre il rischio di esclusione degli individui dal mercato del lavoro, ma soprattutto al fatto che il lifelong learning rappresenta uno strumento per fronteggiare la complessità, favorire la democrazia e l’inclusione sociale. La capacità, da parte di ogni individuo, di saper costruire sempre nuove conoscenze e di rimettere in gioco e ridefinire continuamente le proprie competenze sono essenziali affinché egli sia in grado di adattarsi e riadattarsi alle condizioni di estrema mutevolezza della società contemporanea.

Nel momento in cui il lifelong learning viene posto come un punto di vista attraverso il quale comprendere la complessità sociale e favorire lo sviluppo democratico, scrive Aureliana Alberici (2008, p. 19), la conoscenza e la formazione diventano la “condizione per i diritti di cittadinanza, strumento di convivenza civile e risorsa per lo sviluppo economico-sociale dei Paesi…”. “Se è vero infatti che oggi, di fronte alle grandi sfide della vita, fame, pace, lavoro, inclusione/esclusione, solidarietà, libertà, equità è necessario puntare sullo sviluppo umano e sulla possibilità, per un numero sempre maggiore di donne e di uomini, di saper produrre pensiero riflessivo, divergente, innovativo, allora la formazione cambia radicalmente natura, genere, e diviene un processo finalizzato sempre più alla crescita di soggetti responsabili e autonomi, proattivi. Ne deriva la necessità di puntare sulla formazione ‘for all’, come valorizzazione delle risorse umane, facendo leva sulla centralità del soggetto, sui suoi saperi e sulle sue competenze di vita e di lavoro” (Alberici, 2005, p. VI).

Nella prospettiva di Piero Dominici (2015) la crescita dell’informazione, della comunicazione e della conoscenza nella società contemporanea rende possibile anche la crescita di nuovi spazi della società civile, la nascita di una nuova etica del vivere sociale, della sfera pubblica, della stessa politica. Laddove aumenta la comunicazione, aumentano anche “… la consapevolezza ed il riconoscimento dei ‘diritti di cittadinanza globale’ ed il bisogno di riduzione delle drammatiche disuguaglianze presenti nel sistema-mondo… La società dell’informazione e della conoscenza… rappresenta la speranza – per molti versi, la nuova utopia – di dar vita ad un ‘progetto’ di globalizzazione etica, più responsabile e solidale che, nonostante le dimensioni, tuttora preoccupanti, del digital divide, trova i suoi punti di appoggio – le sue leve – proprio nella conoscenza e nella comunicazione globale” (Dominici, 2015). La conoscenza, osserva lo stesso Dominici, si definisce sempre più come un bene comune. La diffusione delle tecnologie e lo sviluppo delle tante reti di interazione sociale nel momento in cui determinano la circolazione delle conoscenze  favoriscono anche lo sviluppo delle culture, l’ampliamento degli spazi del sapere “… a maggior ragione in una fase culturalmente segnata dalla messa in discussione delle visioni antropocentriche e, dall’esigenza forte, a nostro avviso di un nuovo umanesimo per la società interconnessa che rimetta la Persona al centro fornendo delle possibili indicazioni su come sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla globalità e dall’economia della condivisione, soprattutto allargando la base e i diritti degli attori sociali” (Dominici, 2014, pp. 123 – 124).

Riferimenti bibliografici

Alberici Aureliana, La possibilità di cambiare, FrancoAngeli, Milano, 2008.
Alberici A. (2005), “Prefazione” a S. Cerrai e S. Beccastrini, Continuando a cambiare, Arpat, Firenze
Dominici Piero, Globalizzazione e società della conoscenza: un duplice livello di analisi, in Fuori dal Prisma – Il Sole 24 Ore,
Dominici Piero, Dentro la società interconnessa, FrancoAngeli, Milano, 2014
Fuller Jacqueline, Presentazione dei risultati dei primi sei mesi di attività de ‘L’Officina dei nuovi lavori’, 6 ottobre 2015, Roma,
Molina Alfonso, Presentazione dei risultati dei primi sei mesi di attività de ‘L’Officina dei nuovi lavori’, 6 ottobre 2015, Roma, http://www.radioradicale.it/scheda/454902/ presentazione-dei-risultati-dei-primi-sei-mesi-di-attivita-de-lofficina-dei-nuovi-lavori
Moretti V. (2015), Petizione per l’Istituzione della Giornata della Consapevolezza “Internet Consciousness Day”. Per un utilizzo consapevole delle tecnologie e dei media digitali
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Nunzia Moretti

Finalmente ieri sera sono andata alla presentazione del nuovo libro di mio fratello Vincenzo e credo di averne anche abbondantemente parlato nella mia piccola e molto modesta cronaca minuto per minuto che potete leggere qui, mentre la fotostoria la trovate alla fine. Però devo aggiungere qualcosa, perché come sempre non riesco a tenermi nu’ cicero mmocca (un cece in bocca).
Devo ringraziare Vincenzo perché mi ha permesso di conoscere delle persone veramente speciali come mastro Antonio, Gerardo lo splendido proprietario del ristorante la Pignata a Bracigliano, un’ospitalità molto al di sopra di quanto richiedeva il suo lavoro, e poi Gennaro, il barbiere di Castel San Giorgio, Riccardo, il compagno di Maria, coautrice del libro insieme a Nicola e Alessio. Mancavano Mariateresa e Colomba, che avrei voluto tanto conoscere Il capitolo di Colomba mi ha coinvolto veramente molto. Tutte persone speciali perché fanno il loro lavoro con amore e passione e lo fanno bene. In effetti a pensarci bene sono persone normali, ma oggi essere normali è qualcosa di veramente speciale.
Oggi sono felice perché sono un po’ più ricca della cosa più bella: di umanità.
Nunzia
P.S. Visto che ci siete leggete anche l’articolo di mio fratello, non ve ne pentirete.

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Alfonso Tranchino

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Di fronte al dilagare di un uso improprio, e sostanzialmente passivo degli strumenti informatici, gli Autori di “Il coltello e la rete”, un sociologo e alcuni docenti di Napoli, si propongono di dimostrare che è possibile un uso intelligente, a livello collettivo, delle nuove tecnologie.

A tale scopo decidono di attuare progetti didattici, studiati per livelli di istruzione, che vanno da una quinta elementare di Ponticelli, un Istituto tecnico di Scampia, all’Università Suor Orsola Benincasa, tutti basati su un ruolo attivo e creativo dei discenti, con il supporto degli strumenti informatici.

Gli esiti relativi sono oggetto di distinte narrazioni da parte degli Autori, che però non si limitano a descrivere gli aspetti tecnici della realizzazione dei progetti, ma focalizzano l’attenzione sulla necessità di una radicale innovazione dei percorsi formativi più in generale, individuata come esigenza ineludibile di ammodernamento dell’istituzione scolastica.

E’ una vera e propria battaglia culturale, peraltro portata avanti da tempo con appassionato impegno personale e sotto tale profilo le testimonianze assumono carattere autobiografico.

E l’innovazione non è solo fattibile, per le straordinarie possibilità offerte ora dalla tecnologia, come dimostra l’esperienza acquisita sul campo, ma è anche – come nota Nicola Cotugno – giuridicamente doverosa in quanto la scuola, in ossequio al precetto contenuto nell’articolo 3, secondo comma della nostra Costituzione, è tenuta a predisporre le condizioni per fornire pari opportunità e un proficuo inserimento, nei percorsi formativi, a ragazzi predestinati altrimenti all’emarginazione ed all’esclusione, in quanto provenienti da ambienti socio-familiari particolarmente disagiati.

L’enumerazione dei successi conseguiti da questi ragazzi all’esterno dell’istituzione scolastica è, legittimamente, fonte di malcelato orgoglio per i Docenti che hanno saputo suscitare in essi innanzitutto curiosità ed interesse per le materie di insegnamento.

Merito degli Autori è anche quello di aver posto in primo piano l’istruzione tecnica, sottraendola a diffusi pregiudizi che pretenderebbero di ridurne la dignità sul piano culturale e di minimizzarne la funzione sul piano produttivo, risolvendosi cosi’ in un ostacolo alla competizione economica dell’Italia con altri Paesi come la Germania.

Va soggiunto che la lettura scorre veloce e gradevole, grazie ad uno stile costantemente agile ed incisivo, pur nella pluralità dei contributi.

Per questi motivi ci si deve augurare che il libro abbia la massima diffusione, anche tra i non addetti ai lavori, e che sia oggetto di attenta riflessione nelle sedi ministeriali preposte al miglioramento della qualità dell’istruzione.

 

 

 

 

 

 

Enzo d’Antonio

Il coltello e la rete – L’educazione all’uso consapevole delle tecnologie è il tema centrale di questo libro, che lo affronta da una prospettiva privilegiata: il racconto di una serie di esperienze di insegnamento sperimentale, variamente dislocate a Napoli. Dalle elementari all’università, dalle periferie al centro, gli insegnanti raccontano i diversi modi in cui i ragazzi (una vasta categoria, di differenti età) declinano il loro rapporto con il futuro, le macchine, la tecnologia, l’universo digitalizzato in cui vivono, in continuo cambiamento. La parte più riuscita a mio parere è quella che riguarda le esperienze degli insegnanti di Scampia (Nicola Cotugno, Mariateresa Turtoro) e di Ponticelli (Colomba Punzo) che collocano il loro lavoro all’interno di un processo di apprendimento complesso, non solo di consapevolezza nell’uso delle tecnologie, ma di autostima e crescita culturale. Nel racconto in questo senso più interessante, quello di Nicola Cotugno, l’esperienza educativa non è separata dal coinvolgimento dell’insegnante nella sua relazione con gli studenti, con la scoperta della vita, spesso dura e difficile, che sta dietro il loro impegno scolastico: la motivazione all’insegnamento non è una astratta guida all’apprendimento, ma il tentativo di incidere, attraverso lo studio condiviso, sulla formazione generale (esistenziale ed etica) degli studenti, a partire da una relazione effettiva con loro.

foto di enzo d'antonio

Tecnologia e consapevolezza: il coltello e la rete

scratch lavori in corsoCi fa molto piacere che il libro I coltello e la rete e il progetto che lo anima suscita attenzione, interesse e passione in un pubblico di tutte le età. Dai giovani e giovanissimi fino agli adulti più maturi, passando per i middle-edge e lo capiamo dalle officine didattiche che stiamo portando avanti nelle diverse scuole dove lavoriamo, che coinvolgono alunni di ogni età, ma anche da chi partecipa alle nostre presentazioni. Ed il motivo deriva dal fatto che la tecnologia sta di continuo nella vita quotidiana, ci serve a vivere, non ne possiamo fare a meno, è un passaggio obbligato per cui necessariamente interessa tutti, ma abbiamo la libertà di usarla come vogliamo, esattamente come un coltello.
IL COLTELLO E LA RETE crede nella bellezza di una tecnologia a dimensione umana, nell’era digitale, usata in maniera consapevole, perché ci può migliorare la vita ed è forse questo il motivo per cui questo libro ed il progetto che sottende, sornione ma inesorabile, sta facendosi strada, sta diventando uno strumento contagioso, per aiutarci a capire la contemporaneità e migliorare le nostre scuole, i processi formativi, il nostro lavoro e l’ambiente in cui viviamo e quello che, nel futuro, vivranno i nostri ragazzi

Annamaria Valle

Un racconto sulla scuola così appassionato e un amore così sincero e viscerale verso gli alunni, e una preoccupazione costante per i lori percorsi presenti e futuri mi hanno fatto andare indietro nel tempo.
Mi sono venuti alla mente le “Conversazioni con Danilo Dolci” a Partinico, il suo lavoro incessante, quotidiano, il suo credere in una educazione permanente che dovrebbe animare sempre tutti quelli che lavorano con i bambini, gli adolescenti, gli adulti.
Sono tornata con il pensiero a quel meraviglioso libro di Mario Lodi “Il paese sbagliato” e alla lezione di Don Lorenzo Milani.
Ho ricordato un libro che tutti dovrebbero rileggere, “La ballata del Filangieri”, di Luciano Sommella: un’esperienza in un carcere napoletano.
E ancora, “La storia è questa”, un libro scritto dai ragazzi di terza elementare di Castelfiorentino, guidati dal loro appassionato maestro Wallis Lettori.
E come dimenticare “Non tacere”, un libro compilato dagli alunni di Don Sardelli, un prete che negli anni ’70 nella periferia di Roma faceva lezione ai figli dei baraccati dell’acquedotto Felice (Scuola 725).
E l’elenco sarebbe lunghissimo.
Certamente ci sono ancora tanti maestri e docenti che lavorano con passione e coscienza. Il loro è spesso un lavoro silenzioso, faticoso, non esposto alle cronache, agli applausi, alle mode. A loro il mio ringraziamento e soprattutto agli autori de “Il coltello e la rete”, che mi hanno dato un po’ di ossigeno, riportandomi alla mente tutto ciò che ho menzionato: le fatiche di tanti lunghissimi anni vissuti con i miei ragazzi!!!
Permettetemi di dare un abbraccio affettuoso a Nicola Cotugno, cantore appassionato di questo tipo di scuola.
Le nostre trentennali discussioni sull’insegnamento hanno animato sempre i nostri incontri, costituendo l’alimento di una grande amicizia.

Annamaria Valle,
una vecchia insegnante

 

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Io ci sto e sono contento di starci

Ci fa molto piacere che ieri sera alla libreria IO CI STO di Napoli si sia dovuta attivare la tv a circuito chiuso affinché i tanti affettuosi ospiti che sono arrivati potessero assistere, anche da una saletta adiacente, alla presentazione del libro IL COLTELLO E LA RETE. Ma quello che ci inorgoglisce ancor di più e che ci piace segnalare è un’altra cosa: il nostro libro e il progetto che lo anima suscita attenzione, interesse e passione in un pubblico di tutte le età. Dai giovani e giovanissimi fino agli adulti più maturi, passando per i middle-edge e lo capiamo dalle officine didattiche che stiamo portando avanti nelle diverse scuole dove lavoriamo, che coinvolgono alunni di ogni età, ma anche da chi partecipa alle nostre presentazioni. Ed il motivo deriva dal fatto che la tecnologia sta di continuo nella vita quotidiana, ci serve a vivere, non ne possiamo fare a meno, è un passaggio obbligato per cui necessariamente interessa tutti, ma abbiamo la libertà di usarla come vogliamo, esattamente come un coltello.

IL COLTELLO E LA RETE crede nella bellezza di una tecnologia a dimensione umana, nell’era digitale, usata in maniera consapevole, perché ci può migliorare la vita ed è forse questo il motivo per cui questo libro ed il progetto che sottende, sornione ma inesorabile, sta facendosi strada, sta diventando uno strumento contagioso, per aiutarci a capire la contemporaneità e migliorare le nostre scuole, i processi formativi, il nostro lavoro e l’ambiente in cui viviamo e quello che, nel futuro, vivranno i nostri ragazzi.

Io ci sto. E voi?

Sabato 9 Gennaio la Big Band de Il coltello e la rete è alla Libreria Io Ci Sto, a Napoli, al Vomero, in via Domenico Cimarosa 20.
Con noi ci saranno Anna Copertino, giornalista, Adolfo Fattori, sociologo e Federica Flocco, giornalista.
Speriamo che siate davvero in tanti a partecipare, anzi no, non ci speriamo ci contiamo, di più, vi aspettiamo, ancora di più, vi vogliamo. E guardate che se venite poi sarete contente/i.
Come dite? Non possiamo esserne sicuri?  Allora facciamo cosi: a tutti coloro che alla fine diranno che si sono annoiati pagheremo il caffè. Adesso però niente scuse, mo’ davvero non potete mancare.
Ci vediamo Sabato. Alla Libreria Io ci sto. Al Vomero. Alle ore 18.00.
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83° Circolo Porchiano Bordiga c’è

Cominciamo da quello che non ho: non ho la foto di gruppo, anche se ieri sera me lo sono ripetuto dieci volte «Vincenzo ricordati la foto, Vincenzo chiedi ad Antonio di fare una foto» e invece niente, che dire che me ne sono scordato non basta, la verità è che mi è tornata in mente solo adesso, non appena ho cominciato a scrivere.
Ero contento di farvi vedere Colomba Punzo, Antonio Grillo, me e un paio di prof. che lavoravamo a scuola nonostante le festività natalizie, immaginatevi come sarei stato capace di fare dato che in realtà le/i docenti che sono venute al’incontro sono state/i più di dieci e invece la maledetta foto non ce l’ho, mannaggia a me alla mia «capa sciacqua» (testa vuota).
Ciò detto passiamo alle tre cose che ho, che inr ealtà sono molto di più, ma mi paice cominciare da tre, poi facciamo sempre in tempo ad aggiungere:
1. Un bel gruppo di maestre/i e docenti dell’83° Circolo Porchiano Bordiga capitanati dalla Diregente Scolastica Colomba Punzo pronte/i a imbarcarsi con noi sulla barca de «Il coltello e la rete». Dopo di che chi lo deve decidere deciderà quali classi interessare e quali docenti, ma intanto la discussione l’abbiamo avviata, è stata vera e impegnata, e ‘impresisone che ne ho tratto io è che assai presto il cantiere apre anche da queste parti.
2. Un’idea da far diventare prima un progetto e poi un’attività che mira a tenere assieme il fare e il pensare a partire da una metodologia già ampiamente sperimentata sul campo, dal lavoro delle/dei docenti in classe, dai laboratori di falegnameria, di informatica ecc. già in fase di avvio, dalle attività del FabLab Napoli (presieduto da Antonio Grillo) e da una o più stampanti 3D da costruire in loco.
3. Un sogno che per diventare realtà ha bisogno di tempo, di lavoro ben fatto, di riscoperta dell’essenziale, di una scuola che si apre pienamente al territorio e di un territorio che riconosce la scuola come luogo di produzione di contenuti, idee e manufatti. Su questo ci ritorno presto, per ora fatemi dire solo che sono molto ma molto contento del lavoro che abbiamo avviato questa mattina.
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Mario Borrelli

Grazie! Ho appena terminato di leggere per la seconda volta il libro “Il coltello e la rete”. Si, ho avuto la necessità di leggerlo una seconda volta, perchè – nella prima – mi sono perso nelle emozioni di gioia e commozione che mi hanno accompagnato per tutta la lettura.
La seconda volta ero più neutro, ho colto diversi aspetti con maggiore chiarezza.
Il primo, forse quello che più mi ha colpito, è che questa iniziativa prova a dare voce alla drammatica emergenza educativa che i miei sensi e la mia intelligenza colgono ogni attimo, ovunque, non solo a scuola. Una necessità che può senz’altro essere affrontata da donne e uomini coraggiosi e fiduciosi, che amano mettersi in gioco in un laboratorio vivente, lasciandosi trascinare dalla creatività e dalla vitalità dei giovani, e offrendo loro amore, fiducia, esperienza.
Ecco, il “mischiare le carte”, il riportare al centro del processo educativo gli studenti, offrire loro ascolto e un’officina dove sperimentarsi vivendo, partecipando, facendo, guidati dai bisogni e dalle passioni che li animano, è per me già una grande vittoria per tutti. Quindi ancora grazie.
Avrei tanti altri punti di forza da evidenziare, del lavoro iniziato dall’equipe de “Il coltello e la rete”. Ma preferisco terminare mettendone in luce uno solo, quello che ritengo essere la leva che può elevare studenti e docenti, e la società tutta: la forza della cooperazione di uomini e donne appassionati della vita e della crescita che, guidati dal rispetto reciproco, da una profonda umiltà e da una mente curiosa, in cui il gioco del continuo apprendere ne è il motore, si mettono al servizio dei giovani e del mondo che verrà. Grazie ancora.
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Antonio Russolillo

Caro Vincenzo,
leggere Il Coltello e la Rete è stato un viaggio nel tempo. E’ stato un continuo rapportare quanto leggevo con la mia esperienza personale. Più andavo avanti è più si materializzavano in me due concetti importanti:  la fortuna che hanno gli studenti, gli allievi,  nel potersi rapportare come persone con i loro insegnanti;  la tua capacità di mettere insieme questo gruppo di donne e uomini, a mio avviso straordinari.
Quando si parla di buona scuola, questi sono gli esempi da cui i nostri cari governanti dovrebbero trarre ispirazione. Mi ripeto forse, leggere di insegnanti che non avevano l’ossessione del programma ministeriale, ma quale obiettivo il miglioramento dell’apprendimento, delle abilità e il miglioramento stesso del rapporto scuola-allievo / insegnate-allievo, era quasi come leggere un volantino sovversivo. Avete sovvertito il sistema scolastico.
Non fatelo sapere in giro, a qualcuno potrebbe venire in mente di prendervi a modello. Ancora complimenti sinceri, Vincenzo, e ti prego di estenderli a tutti.

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Care/i bimbe/i vi scrivo

Questi i messaggi di commento al loro lavoro che sono stati inviati fino ad oggi alle bimbe e ai bimbi della Prima A del 33° Circolo Risogimento Plesso Verdolino. Il loro video messaggio di risposta lo potete vedere qui.
Buone Feste.

Nika Talamo Marzano
Auguro pace e serenità a mio figlio, a tutta la classe, alle loro insegnanti e a voi che state facendo un ottimo lavoro. Come si dice, LAVORO BEN FATTO.

Mattia Altobelli

Care ragazze e ragazzi della prima elementare, io sono Mattia, un amico di Vincenzo. Forse vi state domandando perché vi chiamo ‘ragazze e ragazzi’: ma è ovvio no, non siete grandi pure voi? Sto seguendo la vostra avventura con il “lavoro ben fatto” e devo dire che per fortuna a nessuno è venuto in mente di fare quello che voglio fare io. Scommetto che nessuno se lo immagina ma io voglio fare il gelataio. Voglio praticamente fare quella cosa che fa sorridere le persone e la voglio fare proprio bene. A voi piacciono i gelati? Se avete dei consigli da darmi su quali gusti creare ditelo a Vincenzo che così lui mi scrive e mi aiutate un poco.

Sonia Carella
Cari bambini, sono stata la vostra maestra per un anno alla scuola dell’infanzia. Mi ricordo di ognuno di voi e questo meraviglioso lavoro che state facendo mi permette di rivedervi, risentirvi e seguire quello che state imparando. È stata una splendida idea! Auguro a tutti voi che il Natale vi porti almeno una delle cose che desiderate… un bacione a tutti anche a quelli che non conosco!!!!

Stefano Tagliabue
Il futuro è nelle vostre piccole mani e nella vostra grandissima creatività e fantasia. Divertitevi, esplorate, sperimentate e ogni vostra creazione e invenzione sarà speciale. Sarà un lavoro ben fatto. Auguro tantissima gioia a ognuno di voi.

Patrizia Biscardi
Grazie a lei e alle maestre!!! È davvero bello sapere che i nostri piccoli si appassionano!!grazie x aver creduto in loro!!sono il nostro futuro!!
Cari bimbi della 1/A siete stupendi!

Luigi Maiello
Care bimbe e cari bimbi , avete negli occhi e nei sorrisi tanta voglia di vivere e di sognare. Mantenetela sempre, e andate avanti anche di fronte alla difficoltà. Studiate e apprezzate il lavoro che in tanti fanno intorno a voi. Tanti auguri di Buon Natale!

Giuseppe Jepis Rivello
“Cari ragazzi, sono cresciuto con la voglia di fare il lavoretto, sapete cos’è il “lavoretto” giusto? Quando veniva natale si faceva il lavoretto da portare a casa e da presentare il giorno di Natale, alla festa del papà si faceva il lavoretto perché papà doveva vedere quanto stavo diventando bravo, alla festa della mamma facevo il lavoretto perché quando lo facevo vedere a mamma le brillavano gli occhi. Da premettere che avevo delle maestre bravissime che grazie alla loro creatività mi facevano fare dei lavoretti sempre nuovi. Oggi ripenso a questa cosa, ripenso a quanto sia stato utile dipingere delle pergamene create e rese “antiche” dopo aver bagnato la carta nel caffè, oppure penso quanto sia stato utile scolpire il nome di mio padre in una corteccia di albero raccolta per strada e penso che è anche un po’ grazie a quei lavoretti che sono rimasto sempre un ragazzino e che oggi posso permettermi di fare dei lavoretti che all’apparenza sono più importanti ma che conservano la stessa energia e la stessa passione che permettevano di far brillare gli occhi di mia madre! Grazie.

Giovanna Garzini
Agli alunni e alla maestra Rosaria tutti i miei complimenti. E’ stata una cosa ben fatta!!!!

Colomba Punzo

Bravi bimbi state facendo veramente un ottimo lavoro e sono sicura che continuerete sempre meglio e sapete perché? Perché quando si capisce che è importante far bene le cose non si smette più e anche gli altri poi vogliono iniziare e allora diventa una specie di contagio o meglio una gara a chi è più bravo, ed in questa gara è bello darsi una mano, lavorare insieme e allora accade che le cose intorno migliorano e che … Bene. il resto della storia la lascio inventare a voi!! Un bacio.

Luisa Nigro
Bravissimi bambini! Bravo maestro!

Francesco Santoro
Bravissimi bambini….bellissimo il disegno della casa del futuro, una casa-astronave, insieme alla natività che dà una speranza di cristianità alle nuove generazioni….bravissimi a tener presente il simbolo più antico per l’umanità mandato nello spazio come segno di speranza per il futuro….bravissimi…un applauso…voi siete la nostra speranza di un futuro migliore.

Dunia Pepe

Cari bambini, caro Vincenzo, Care maestre,
Io mi chiamo Dunia, sono un’amica di Vincenzo, il maestro del lavoro ben fatto, e vivo a Roma. Vorrei dire prima di tutto che le vostre parole sul lavoro ben fatto mi piacciono davvero tanto: sia le parole sul lavoro delle maestre, sia le parole sul lavoro dei vostri  genitori, sia le parole sui tanti lavori che fate a scuola, su quello che vi piace e che sapete fare. 
Un maestro di Roma, che si chiama Alfonso Molina, dice che i bambini come voi che frequentano la classe prima elementare quando saranno grandi faranno dei lavori che oggi non esistono e che utilizzeranno i computer ed i cellulari.
A sentire quello che dice Alfonso io vorrei chiedervi: Ma voi riuscite ad immaginare dei lavori nuovi che si faranno con il computer e con i cellulari?

Simone Cerrina Feroni 

Scuola ben fatta!

Alba Daco
Bambini fantastici e dolcissimi, ottima organizzazione e scuola!

Anna Gatti
Mio figlio che fa l’ultimo anno della scuola dell’infanzia oggi mi ha detto: “Io non voglio lavorare: a scuola ci fanno lavorare sempre. Sempre punteggiare, punteggiare, punteggiare. Io da grande vorrei fare il pittore.” Allora gli ho letto i vostri di lavori, di voi che siete un poco più grandi di lui e lui li ha trovati interessanti: avete fatto proprio un #lavorobenfatto bambini perché Diego con voi ha capito che di lavori nella vita ce ne sono tanti e che punteggiare non è l’unico (anzi, è ben raro!)

Maria D’Ambrosio
Carissimi bambini e bambine! Guardando i vostri desideri mi viene in mente che da che ero bambina ho cambiato tante volte idea su quello che volevo fare da grande. Ma non ho perso mai l’idea che il lavoro dovesse rispondere alla mia ambizione di autonomia, passione e libertà!! Le sto ancora cercando e sapere che anche voi siete dei ricercatori come me, mi fa sentire più forte!!! Buon lavoro!!!

Jepo su Amazon

Il testo è un bellissimo e “romantico” insieme di esperienze diverse in merito all’uso delle nuove tecnologie per la didattica e le diverse declinazioni pedagogiche. La suddivisione in diverse aree del terriotiro partenopeo lo rende completo e al tempo stesso mutabile ed aggiornabile con un continuum di storie ancora tutte aperte.
Gli autori presentano le loro esperienze con visibile e tangibile passione, non senza una acuta professionalità, ognuno nel proprio habitat.
La lettura è piacevolissima, scorrevole.
Complimenti.

Recensione pubblicata su Amazon
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Gianni Ciardo

Scuola sul campo.
Bello questo libro! Un libro affilato come una lama che fende le coscienze di chi pensa che la scuola sia un luogo grigio privo di stimoli per la crescita culturale dei giovani.
Vorrei consigliare questo libro a chi vuole emozionarsi e leggere la passione di chi la scuola la vive veramente: “le voci di dentro” di chi la scuola la fa ogni giorno, sul campo.
Vorrei consigliare questo libro a chi pensa che la Scuola sia non solo la spina dorsale di un Paese, oggi, ma anche l’occhio che vede lontano per pensare e realizzare il domani.
Questo libro contiene voci, suoni e rumori, atmosfere uniche che si percepiscono soltanto nelle aule scolastiche.
Un viaggio nella Scuola che consiglio a tutti coloro che vogliono “sentirla”.
luigiderosa

Tina Magenta

Coinvolgente; scritto in modo semplice ed elegante, perchè tutti possano comprendere, attingere, farne tesoro. Lo sguardo rivolto al futuro attingendo al materiale umano in erba, spontaneo, innocente, libero; e a quello che ormai ha in mente progetti, che il futuro ormai l’ha tra le mani.
Un libro che sa coinvolgere tutti, perchè ci dice che tutti abbiamo un ruolo importante per far crescere la società del futuro.
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Giovanni Di Vito

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Caro Vincenzo,
il libro è proprio bello … l’ho comprato in aeroporto a Napoli mentre ero di ritorno a Venezia. In una sola sessione di lettura, durante il mio viaggio verso casa, ne ho letto più di metà.
Il racconto è coinvolgente e forse perchè sono architetto, mi ha molto colpito il racconto di Nicola Cotugno.
Non voglio svelarne qui i contenuti perchè è bene leggere le sue parole, ma posso sicuramente dire che il suo modo di fare l’insegnante è meraviglioso e mi piacerebbe che ogni insegnante fosse così! Riporto solo la citazione di Confucio che Nicola ricorda: “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.
Che sia chiaro Vincenzo, i racconti sono tutti belli …!

Cara lettrice, Caro lettore

Cara lettrice, caro lettore,
innanzitutto desideriamo ringraziarti. Se in meno di tre settimane il nostro libro è stato acquistato già in diverse centinaia di copie il merito è solo tuo, perché aveva ragione il grande Totò, è la somma che fa il totale, e dunque grazie di cuore da parte di tutti noi per la fiducia e l’affetto che ci hai dimostrato.

Come dici? Dove sta il trucco? No, no, per carità, nessun trucco, però è vero che non ti abbiamo scritto solo per ringraziarti, ma anche per chiederti di darci una mano.

Come dici? In che modo? Aspetta, prima di parlare di questo intendiamo dirti che c’è una precondizione da rispettare, nel senso che la nostra richiesta di aiuto è valida solo se Il coltello e la rete, una volta letto, ti sarà piaciuto, perché altrimenti desisti, come direbbe sempre il Principe se fosse ancora da queste parti.

Ecco, detto questo, veniamo al punto. Come sai molti libri non si vendono perché davvero sono belli, ma perché hanno macchine organizzative potenti alle spalle, perché gli autori sono per varie ragioni famosi, perché chi lo scrive ha la possibilità di andare in televisione e i giorni seguenti le persone vanno in libreria, non di rado storpiano il nome dell’autore e/o il titolo del libro, però a un certo punto dicono «l’ho visto l’altra sera da …» e allora il povero libraio, che ogni settimana riceve l’elenco con gli autori e i libri che saranno ospitati in televisione, lo va a prendere e lo consegna all’entusiasta lettore.

Come dici? Siamo invidiosi? Sinceramente, un po’ si. Vorremmo vedere voi dover fare una fatica da cani per far conoscere il libro, presentarlo, ecc. e invece basterebbe andare in televisone e dire «raccontiamo di come le tecnologie migliorano la vita se le usi in maniera consapevole», «abbiamo lavorato con i bambini di una quinta elementare di Ponticelli, con i ragazzi di un istituto tecnico di Scampia e gli studenti di un corso di Formazione e Cultura Digitale dell’Università Suor Orsola Benincasa», «stiamo facendo un videogioco», «quest’anno abbiamo cominciato a lavorare anche con una prima elementare di Soccavo», che poi sono tutte cose vere, e le persone correrebbero a migliaia a comprarlo, senza che noi si debba fare nulla, non fa niente se poi in libreria chiederebbero «il nuovo libro di Moretti, quello della birra».

Ecco, adesso che abbiamo confessato il nostro peccato, pensiamo che ci potete credere se vi diciamo che la nostra più che invidia è voglia di condividere una buona idea e una buona pratica, è voglia di discuterne, di confrontarsi, di migliorarsi, è per questo che siamo qui a chiedervi aiuto, non solo perché noi la grande macchina alle spalle non l’abbiamo e in televisione non ci andiamo, ma perché quelli come noi contano su altri tag, altre idee, altri concetti, parole come «consapevolezza», «partecipazione», «abilitazione», «diritti», «opportunità».

Come dite? Stiamo scrivendo da un’ora e ancora non vi abbiamo detto che cosa vogliamo? Avete ragione, scusateci, facciamo così, vi proponiamo un elenco di cose, così poi scegliete voi quelle che potete/volete fare, e magari se ce/ve ne vengono in mente altre le aggiungiamo:

1. Scrivere brevi e sincere recensioni sui siti delle grandi catene di vendita (Amazon, Feltrinelli, ecc.), su siti come aNobii ecc., sui vostri blog se ne avete, sui blog che parlano di libri, sui gruppi social (Twitter, Facebook, Instagram, Google+, Pinterst, Linkedin, ecc.) che si occupano di libri.
2. Segnalare il libro alla biblioteca della vostra scuola, del vostro comune, della vostra associazione, ecc..
3. Condividere foto e recensioni sui social che frequentate (Twitter, Facebook, Instagram, Google+, Pinterst, Linkedin, ecc.), in questo caso ovviamente anche se non vi è piaciuto è giusto che lo diciate e lo spiegate, perché le critiche aiutano a migliorarsi più dei complimenti.
4. Proporre il libro alle vostre amiche e ai vostri amici.
5. Proporre presentazioni – dibattiti nella vostra scuola, nella vostra associazione, nel vostro comune.
6. Regalarlo per Natale o per la Befana.

Ecco, ci pare che per adesso è tutto, ma solo per adesso, perché presto l’elenco si allungherà, speriamo anche grazie ai vostri suggerimenti.
Un saluto assai affettuoso e grato. A presto.

vincenzo moretti, nicola cotugno, maria d’ambrosio, colomba punzo, alessio strazzullo, mariateresa turtoro
luigiderosa

Il 30 Ottobre tutti in libreria

Save the date. 30 Ottobre 2015. E’ la data di uscita nelle librerie di «il coltello e la rete». Se non volete trovarvi senza quando uscirà ordinatelo al vostro libraio di fiducia. La casa editrice è Ediesse. Il codice ISBN è 978-88-230-1984-3. Il distributore è Messaggerie. Oltre a questo blog abbiamo anche una fan page su Facebook alla quale potete iscrivervi cliccando qui. Una volta letto il libro saremmo felici di avere 10 righe o anche 10 pagine di commento; l’unico requisito richiesto è la sincerità. Se avete partecipato o intendete partecipare a questo progetto non esitate a contattarci.
Grazie per tutto quello che farete per aiutarci a confrontare le nostre idee e a migliorare il nostro lavoro.
coltelloeretecover

Il progetto del Ferraris di Scampia

Denominazione del Progetto
Uomini vs Macchine ”Educazione Civica al Digitale”

Aree Progettuali di Riferimento
Civica – Tecnologica

Discipline coinvolte
Tecnologia e Grafica; Tecnologia Informatica.

Proponenti
Nicola  Cotugno, Mariateresa  Turtoro, Vincenzo Moretti.

Destinatari
Anno scolastico 2014-2015: una classe del biennio ed alunni meritevoli del secondo anno.
Anno scolastico 2015-2016: una classe del biennio ed una del triennio .

Descrizione
Con l’avvento dell’era digitale l’utilizzo di strumenti sempre più veloci e potenti da parte dei nativi apre un grande problema etico e la necessità da parte dell’istituzione scolastica di educare e guidare  i giovani a comportamenti adeguati.
Diventa cruciale la conoscenza dei implicazioni  generate dall’utilizzo delle macchine, per indirizzarle al miglioramento della vita degli esseri viventi  e alla salvaguardia dell’ecosistema.
L’esplorazione di una realtà  futura diventa lo spunto per interrogarsi  su quale debba essere il ruolo delle macchine e degli oggetti tecnologici, affinché attraverso il lavoro possano migliorare la qualità di vita dell’umanità e salvaguardare l’ecosistema  del pianeta.

L’idea è quella di generare  un cantiere a più mani e con diverse angolazioni, nel quale andare a costruire e montare  percorsi di narrazione – approfondimento sul rapporto uomini/macchine, analitici sull’esistente e propositivi nel futuro, in cui sia presente il lavoro dell’essere umano che incide su di essi positivamente.

Obbiettivi
Finalità etica preordinata, ovvero migliorare il livello di CONSAPEVOLEZZA nell’utilizzo delle nuove tecnologie.
Attraverso la ricerca e l’approfondimento del tema si giungerà alla  costruzione di un  gioco inerente all’argomento: la sequenza ricerca-gioco diverrà un esercizio di montaggio / smontaggio delle/i conoscenze/processi  acquisiti  che porterà i corsisti di diverse età, a svolgere diversi ruoli:  prima autori della ricerca, poi del gioco, infine  tutor nel loro videogioco, una volta ultimato,  dei giocatori, in una dimensione di lavoro virtuosa,  di costruzione ma anche di disseminazione viva ed espressivamente variegata delle tematiche  trattate e delle conoscenze acquisite.
In ognuno degli approfondimenti proposti, la consapevolezza di scelte eticamente orientate per l’uomo e per l’ambiente dovrà essere la bussola di riferimento nel valutare/proporre lavori o processi di macchine in azione, e diventerà criterio qualificativo per avanzare nel gioco, secondo modalità premiali determinate anche dal punteggio assegnato e dai bonus a chi gioca,  nei vari livelli di competizioni delle singole sezioni.

La struttura del gioco sarà strutturata in maniera formativa e propositiva, evitando nozionismi e apprendimenti acritici, per stimolare una dimensione dialogica ed interattiva nel rapporto tra i corsisti e il gioco realizzato.
I modelli di gioco di riferimento potranno essere molteplici (dai giochi da tavolo classici  ai giochi di ruolo, cartacei e digitali),  e in seguito, dopo una fase iniziale offline, il videogioco UOMINI vs MACCHINE potrebbe essere online, anche su una piattaforma dedicata di UOMINI e MACCHINE.
Il processo critico avrà in oltre la finalità di incentivare meccanismi collaborativi, nel rispetto di ruoli differenti, ma con un obbiettivo comune; stimolare le capacità creative; guidare  ad esprimere idee e pensieri in modo sistematico attraverso l’ideazione la  progettazione e la programmazione.

Produzione Finale
Realizzazione di un Gioco multimediale ed interattivo sul tema  scelto, corredato dalla documentazione di progetto, da inserire all’interno di una rete Blog, (Sito, Portale) nel quale far confluire ulteriori idee e discussioni sul tema di consapevolezza trattato.

Attività 
Ricerca-azione, in modalità interattiva svolte prevalentemente durante l’orario curricolare.
gli allievi saranno stimolati a presentare le loro idee in brain storming e guidati a rielaborarle in modo chiaro e sistematico così da produrre una esauriente documentazione, preliminare alla realizzazione del gioco.

Locali  e risorse utilizzate
Laboratori Aule Multimediali, Auditorium.
Sw di Office Automation;  Sw  Scratch; etc.

Corso di Tecnologia: prof.  Nicola Cotugno ( Biennio)
Corso di Informatica: prof.  Mariateresa Turtoro (Triennio)

Suor Orsola Benincasa: a che punto siamo

Ciao a tutte/i,
molte buone nuove dal pianeta uomini e macchine.
Il lavoro con la quinta elementare di Ponticelli procede con profitto e domani si comincia anche con la prima dell’istituto tecnico di Scampia.
Oggi intanto abbiamo ulteriormente dato senso al corso che stiamo facendo con le studentesse e gli studenti del Suor Orsola Benincasa.
A questo proposito, il dott. Strazzullo pubblicherà presto un post di analisi e di approfondimento sul lavoro che stiamo facendo, però intanto pubblichiamo un promemoria realizzato con la collaborazione della studentessa Vincenza Di Pierno in maniera tale che tutte/i possano prendere visione dei diversi step realizzati (come sempre trovate prima i contenuti più recenti e poi quelli meno recenti).

1. Definizione insieme alla classe delle caratteristiche della storia che ciascun corsista dovrà scrivere entro mercoledì 29 Aprile 2015:
Luogo: metropolitana (linea ferroviaria), stadio, università, ospedale, foresta, carcere, casa.
Chi (protagonisti): esseri umani, macchine (vari tipi), animali, piante, nuove forme di x-man (mutanti).
Quando: Anno 2078; 12 settembre, 31 ottobre, 25 dicembre, giorno del compleanno dell’autore.
Cosa: il racconto di quello che è successo.
Come: No a colpi di scena che non spiegano nulla, tipo arriva l’alieno e risolve. Le sotrie devono essere fantastiche ma plausibili; i temi della storia (uomini, macchine, libertà, lavoro, amore, ecc.) vanno svilippati con accuratezza, completezza, originalità.
Perché: l’autore è tale perché non si accontenta di consumare contenuti ma intende produrli.

2. Risposta alle 7 domande della prova intercorso indicando per ciascuna di esse riferimenti bibliografici e multimediali (libri, musica, film, altro) ed eventuali citazioni.
Quali sono a tuo avviso le tre innovazioni più importanti dell’ultimo secolo e perché.
Nel corso degli ultimi 30 anni quali macchine hanno sostituito il lavoro umano?
Elenca le macchine con cui vieni in contatto ogni giorno.
Che cos’è Internet?
Elenca almeno tre nuovi lavori che sono nati con l’internet delle cose.
Elenca i lavori e le professioni che sono alla base della produzione di uno smartphone.
Se dovessi inventare una cosa che oggi non esiste che cosa inventeresti?

3. Pubblicazione della propria bio.

Dalla prossima settimana selezioniamo alcune storie per svilupparle ulteriormente attraverso il lavoro di gruppo in aula.

sob

Il giorno in cui venne l’infarto alla Lim

C’era una volta una classe con tanti studenti armati di smartphone, iPhone e tablet fino ai denti che, in un aula della loro scuola, svolgevano bellissime attività con la magica Lim. Ma un bel giorno alla Lim venne un infarto ed improvvisamente si spense, lasciando nella disperazione tutti: molti degli alunni sconsolati pensavano di farla finita, il prof svenne e si creò un panico diffuso, quasi umano, dal quale non si sapeva come uscire; dopo lo sconforto e la disperazione inziali, qualche alunno dei presenti che aveva avuto la lucidità di non  perdersi, portò dell’ acqua e zucchero al prof, che si risvegliò.

Rianimatosi, il prof si accorse dello sconforto generale e  cercò di incoraggiare gli altri, cercando di rianimare i ragazzi, prevalentemente atterriti e frastornati dall’infarto digitale che si era consumato.

Cominciò a dire loro che forse qualcosa si poteva fare anche senza la Lim e che l’umanità, nel passato, se l’era cavata benone anche senza computer.

La classe a questo punto cominciava a rumoreggiare, palesava un malcelato dissenso e temeva dove il prof volesse arrivare…alla solita solfa degli adulti contro i computer e facebook e blablabla..Insomma  non potevano tollerare di buon grado una tale affermazione, che a loro dire, era un sermone privo di fondamento.

Ma ad un certo punto della discussione qualcosa cambiò: fu quando il prof gli raccontò che aveva sentito una notizia per radio, che lo aveva colpito,  e cioè che proprio in quei giorni  il numero delle Sim  dei telefoni aveva superato, per la prima volta, il numero degli abitanti del pianeta; gli disse anche che forse questo dimostrava che l’umanità stava esagerando e invitò i ragazzi a rifletterci su.

E la notizia del sorpasso delle Sim sul numero di umani aveva aperto, in alcuni di loro, una piccola breccia… perchè , facendo mente locale sui numeri, non riuscivano più a capire a questi ritmi nel prossimo futuro dove si sarebbe arrivati….

Fu a quel punto che capirono che dovevano riflettere meglio sul senso del progresso e del ruolo della tecnologia, perché poteva avere molto a che fare sulla qualità della vita di ognuno di loro ed ebbero improvvisamente paura.

Una paura uguale e contraria a quella suscitata dalla morte della Lim consumatasi pochi minuti prima in aula: il timore che potesse nascere una macro dipendenza umana da eccesso di internet !!!

Decisero da quel giorno di vaccinarsi e di capire meglio tante cose che passavano per la  loro testa fino ad arrivare alle loro emozioni, senza che ne fossero pienamente consapevoli:   ognuno si inventò un sistema personale per non diventare retedipendente, si sviluppò una gara per chi si inventava il modo migliore per debellare questa malattia,  che colpiva tutti ma soprattutto i giovani e i bambini piccolissimi,  vittime del fascino emanato dal  touch screen dei loro genitori.

E fu così che decisero che valeva la pena di capirci di più e meglio perchè, in fondo,  la qualità del futuro dipende anche dalla coscienza di ciascuno di noi, di ogni essere umano che deve avere scienza e coscienza su ciò che succede, e di ciò che l’uomo costruisce,  perché altrimenti non saprà mai come sarà il futuro che ci aspetta, che nel frattempo qualcun altro avrà provveduto a realizzare al posto nostro….

    “Dunque i cambiamenti delle condizioni di vita dovuti alle tecnologie ci offrono lo spunto per porci domande profonde su noi stessi, sui nostri valori, su ciò che riteniamo definisca una vita che vale la pena di essere vissuta. E contemporaneamente ci consentono di comprendere in quale direzione rimodellare ancora le tecnologie, in modo che servano ai nostri scopi più importanti. Questa è buona architettura” (da Homo pluralis, Luca de Biase)

Ne siamo proprio convinti.

Ed è anche per questo che parteciperemo con l’entusiasmo che merita al progetto ‘Uomini e macchine’ con l’Istituto comprensivo S.Rosa di Ponticelli e l’Università di Suor Orsola Benincasa.

Vincenzo Moretti e Nicola Cotugno, inizieranno a lavorarci  mercoledi 22 aprile 2015,  h.11-13 con la classe Ia B dell’ITI ‘Galileo Ferrraris’ di Napoli, a  Scampia…..

Sono troppo felice

Con Colomba decidiamo che tocca a me mantenere la promessa, ma quello che scrivo più che a un report assomiglia a un flusso di coscienza: «Giuro, non so neanche io da che parte incominciare.
Faccio così, comincio dal fatto che oggi ho conosciuto un gruppetto di ragazzine e ragazzini di una decina di anni veramente speciale. No, no, se comincio così è scontato, alla fine tutte le ragazzine e i ragazzini di quell’età sono speciali, e lo diventano ancora di più quando hanno maestre come Colomba, che non è mica un caso che nei paesi dove l’istruzione è davvero una cosa seria chi insegna alle elementari è più importante di chi insegna all’università.
Va bene, allora faccio così, comincio dal fatto che appena arrivato – mentre il resto della casse si ricomponeva dopo la pausa per la merenda – ho fatto una partita a dama con Daniele (o con Paolo?, mannaggia a me e alla mia memoria ballerina) e abbiamo pareggiato, dopo di che settimana prossima mi tocca arrivare un po’ prima così facciamo lo spareggio e vediamo chi è più forte. No, neanche così va bene, ha un taglio troppo personale, mentre oggi davvero ciascuna/o di loro è stata/o una scoperta.
Va bene, faccio così, comincio dal fatto che quando sono arrivato ero già convinto che per me questa sarebbe stata una bellissima esperienza umana e professionale, e che da questa 5° dell’I.C. Marino Santa Rosa sarebbero venute fuori tante cose belle, ma quando me ne sono andato ne ero convinto ancora di più. 
Lo ammetto, neanche questo come inizio è particolarmente brillante, però faccio finta di si perché altrimenti questo post diventa un romanzo.
Ecco un breve riassunto di quello che abbiamo fatto:
i. assieme alla maestra Colomba abbiamo detto che cosa vogliamo fare insieme a loro. Si, abbiamo raccontato di essere umani, di macchine, di lavoro, e di rapporti tra gli esseri umani e le macchine, dei cambiamenti che sono avvenuti, di quelli che stanno avvenendo e di quelli che presumibilmente ancora avverranno. Come potete immaginare abbiamo cercato di farlo con un linguaggio adatto ai loro dieci anni – cosa che a Colomba viene naturale a me un po’ meno -, però abbiamo cercato di farlo sul serio, con impegno, in maniera precisa, e quando dico abbiamo non mi riferisco mica solo a Colomba e a me, mi riferisco anche e soprattutto a loro, alla classe. Per dare meglio il senso di questa parte del lavoro, provo a ricordare alcune delle parole di cui abbiamo discusso (molte sono state proposte da loro): aspirapolvere, avere, cervello, cuore, essere, essere umani, facebook, fotografia, frigorifero, futurama, futuro, internet, lavagna, lavagna luminosa, lavatrice, lavoro, macchine, motore di ricerca, penna, phone, potere (associato al controllo del telecomando), responsabilità, robot, smartphone, telecomando, tempo, transformers, video;
ii. finita questa prima parte abbiamo letto, spiegato e discusso le 7 domande che già conoscete e abbiamo chiesto alla classe di rispondere entro lunedì. L’idea è di ritornarci su alla fine del percorso per trarne qualche indicazione utile dal punto di vista del loro livello di apprendimento;
iii. infine abbiamo chiesto di fare liberamente un disegno che a loro giudizio fosse rappresentativo della discussione fatto, nelle immagini potete vederne i primi esempi, assieme a un paio di immagine della classe.
Ecco, direi che per adesso mi posso fermare qui. Chi mi conosce sa come la penso sul lavoro: i. il lavoro va preso di faccia; ii. ciò che va quasi bene non va bene; iii. una cosa è fatta quando è fatta. Ora non è che voglio fare l’eccezione alla regola, dico solo che sono molto fiducioso, di più, sono felice, perché più inseguiamo il cuore che abbiamo gettato oltre l’ostacolo più mi rendo conto che questa idea di parlare di uomini, lavoro e macchine con una quinta classe elementare, una prima superiore e un gruppo di studentesse e studenti universitari è una buona idea, dalla quale possono nascerne altre, e che in ogni caso ci aiuterà a pensare il futuro con meno paura e maggiore consapevolezza.

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A Ponticelli abbiamo pensato di cominciare così

di Colomba Punzo

Tra qualche giorno come già sapete si comincia anche a Ponticelli. Un po’ nell’ultima settimana ho preparato i bambini all’arrivo di Vincenzo, ma l’avvio quello vero sarà dopodomani, quando racconteremo loro un po’ di cose, e chiacchiereremo con loro, e cercheremo di spiegare cosa vogliamo fare.
Abbiamo pensato anche di preparare qualche domanda scritta in modo che ci possano pensare e possano scrivere le loro risposte, per ora le domande sono queste, ma magari assieme a loro venerdì decidiamo di cambiarne qualcuna o anche di toglierne una e di aggiungerne un’altra, perché lo sapete come funziona – in particolar modo con i bambini -, devi sapere orientarli ma devi anche essere capace di ascoltarli e definire assieme a loro le cose da fare, perché se non sono convinti non riescono a  tirare fuori tutto quello di cui sono capaci.
Le domande sono queste:
1. Conosci lavori nuovi che prima non esistevano?
2. Quali macchine usi comunemente nella tua vita di tutti i giorni?
3. Scrivi alcuni lavori che fanno le macchine al posto delle persone.
4. Scrivi il nome di tre invenzioni importanti e spiega perché sono importanti.
5. Che cos’è Internet e a che serve?
6. Sapresti dire alcuni dei lavori che si “nascondono” nella produzione di uno smartphone?
7. Se dovessi inventare una cosa che oggi non c’è che cosa inventeresti?
Da parte nostra vi promettiamo che venerdì quando finiamo vi raccontiamo come è andata, voi però se avete cose da dire sulle nostre domande fatelo, e anche se avete domande diverse da proporre.
Noi speriamo che ce la caviamo.

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Venerdì 10 Aprile si comincia a Ponticelli. In una 5° elementare dell’Istituto Comprensivo Marino Santa Rosa. Con la regia di Colomba Punzo. E si proseguirà ogni Venerdì. Dalle 10.45 alle 13.00
Mercoledì 15 Aprile si comincia a Scampia. In una 1° dell’Istituto Tecnico Galileo Ferraris. Con la regia di Nicola Cotugno.
E si proseguirà ogni mercoledì. Dalle 11.00 alle 13.00
Intanto procede il lavoro con le studentesse e gli studenti dell’Università Suor Orsola Benincasa. Con la regia di Maria D’Ambrosio. Tutti i mercoledì dalle 16.30 alle 18.30. Settimana prossima individuiamo le ragazze e i ragazzi con i quali approfondiamo i temi fin qui discussi.

Posso dire che sono contento?
L’idea di discutere di futuro di umani, tecnologie (macchine) e lavoro con ragazze e ragazzi di ogni età si sta dimostrando ricca di suggestioni e di possibilità.
Personalmente sono molto fiducioso, assaje assaje, però come sempre le cose bisogna prima farle e poi dirle, perciò voi continuate a seguirci su queste pagine, perché non solo vi racconteremo tutto ma proprio tutto quello che accade, ma cercheremo di coinvolgervi, e di rendervi partecipi.
A presto.

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Io umano

di Marco Salvatore Ariosto

Anno 2030, mese ottobre, giorno dodici.
Ricordo tutto perfettamente anche se avevo solo sette anni. Ricordo perché era il compleanno di mio fratello Elio, dieci anni. Mamma aveva preparato una torta deliziosa, al cioccolato con pezzetti di nocciole e panna. Papà invece tornò a casa soltanto verso le nove di sera.
Ammiravo tanto mio padre, mi affascinava il suo lavoro.
«Io? Aggiusto macchine tecnologiche rotte!» mi rispose una volta che gli chiesi che lavoro facesse. Quel 12 ottobre mamma era apparentemente serena, solo ora comprendo. Appena papà aprì la porta, lei si fiondò da lui e gli disse «ma dove diavolo eri finito? Fra poco apriamo la torta!« e papà «accendi la televisione e capirai.»
Ricordo che c’era un’edizione straordinaria del telegiornale. Ho trovato da poco, grazie ad un amico molto speciale, quel filmato: «Buonasera e benvenuti a questa edizione straordinaria dell’USB News! È stato appena firmato il trattato per la gestione delle risorse tecnologiche tra lo scienziato ed esperto d’informatica giapponese Hirokawa Asariko e il presidente degli Stati Uniti d’America George Philip Floppy. Ci siamo! La svolta è arrivata in quanto, i diversi robot sequestrati undici giorni fa sono stati approvati e descritti dallo stesso presidente come innocui e positivi per il nostro mondo! Preparatevi perché già da domani le vostre, le nostre vite cambieranno. Certo non sono mancate le polemiche e a opporsi a ciò troviamo la dottoressa Isabel Monroe …».
Mamma spense la televisione. «Quei robot non faranno altro che distruggerci! Troppo, troppo potere – disse papà pesantemente afflitto.»

Anno 2036, mese giugno, giorno tre.
La situazione è degenerata incredibilmente. Papà è morto. Mamma è in prigione. Io e mio fratello siamo in un istituto per i casi difficili, cioè per quei bambini che non hanno genitori. Piango ed Elio mi stringe fra le sue braccia. Gli unici umani che vediamo sono solo i bambini. I robot ci controllano giorno e notte, si prendono cura di noi ma se qualcuno prova a scappare diventano delle vere e proprie sirene d’allarme. Guardo fuori dalla finestra e non riconosco il mondo in cui vivo. Noto che non ci sono più i giornalai o le cartolibrerie; sono scomparsi anche i fiorai e le pasticcerie. Forse intravedo degli umani, che strano però, sembra che abbiano paura di qualcosa o di qualcuno. Chiedo a Elio perché papà è morto e se la mamma tornerà mai da noi.
Lui risponde così: «Papà è morto perché sapeva troppo. Così ha detto mamma mentre la portavano via. Mamma urlava che papà aveva previsto tutto e che è stato ucciso. Mamma non penso che torni.»
Scendo dal mio letto e sento un robot parlare con un suo simile: «la dottoressa Monroe è ancora ricercata»; mentre ascolto, suona un allarme; non è lo stesso allarme di quando uno di noi prova a scappare, è diverso. In poco tempo vedo che automaticamente le finestre si chiudono, i robot si allontanano dall’istituto, i bambini piangono e in più anche le porte principali d’acciaio dell’istituto si chiudono.
Noi bambini proviamo a scappare, non vedo Elio. In poco tempo tutto cambia perché ci sono esplosioni ovunque. L’unico colore che ricordo è il rosso, continuo a piangere, le lacrime s’impossessano delle mie pupille, non vedo più nulla, mi agito perché manca l’aria, forse c’è del fumo, inciampo, batto la testa e cado, il resto è nero. Quando mi sveglio, comprendo solo una cosa: dovevo essere morto e invece sono vivo.

Anno 2050, mese e giorno ignoti.
Adesso ho ventisette anni e ritengo di essere un miracolato. Se scrivo questo diario, è perché la mia memoria potrebbe sparire da un momento all’altro. Ora sono adulto e comprendo tutto quello che prima di me aveva compreso papà.
Ho fatto delle ricerche o per meglio dire c’è chi le ha fatte per me. Nel 2030 gli uomini hanno commesso un grave errore: si sono fidati dei robot, dandogli un incredibile potere. Adesso sono loro a comandare il mondo, sono loro a provare stati d’animo come il piacere e la soddisfazione quando massacrano qualche umano.
Vivo in un luogo che non ha né nome né coordinate geografiche. I robot hanno abbandonato da qualche tempo questo luogo credendo che tutte le vite umane, una volta qui presenti, siano state archiviate. Questo siamo diventati: dei file, dei numeri, delle pratiche da archiviare. Mentre penso a tutto ciò, una voce mi riporta alla realtà; è la dottoressa Isabel Monroe creduta da tutti morta. Sento di essere legato a lei forse perché entrambi, tecnicamente, dovremmo essere morti. Ormai lei è anziana ma ha ancora tanta voglia di vivere. A proposito di vita, non ci nutriamo più col cibo, ma con delle siringhe e dei microchip. A procurarci il materiale necessario per la sopravvivenza è Bait4, un robot che però è nostro amico. È stato scartato dalla società robotica perché durante i controlli di routine è stato ritenuto idoneo solo al 99,99%. Bait4 cerca vendetta, la dottoressa Monroe cerca risposte, io cerco l’umanità delle persone che tanto mi manca.
Spesso Bait4 riesce a intrufolarsi nella società robotica e quando torna, racconta quello che registra (visto che i suoi tre occhi sono delle telecamere). I robot fanno quello che prima facevano gli umani, grazie al chip dell’anima: crescono, vanno a scuola, dove studiano le società primitive come quella umana, lavorano, mettono su famiglia e ogni tot si potenziano scaricando nuove versioni di se stessi. Europa, Asia, America e così viva non esistono più. Ora c’è Downloadlandia con un’unica lingua universale e cioè quella degli inserimenti usb, delle versioni aggiornate, dei trasferimenti sensoriali mediati da processori cibernetici e così via.
In questo orribile posto sono tre le cose che mi spaventano a morte.
La prima è che gli umani sono stati sopraffatti dalle loro stesse invenzioni. Hanno creato intelligenze artificiali che poi, tanto artificiali non sono più. Gli umani come detto prima non mangiano più mediante il cibo e aggiungo che non bevono più mediante l’acqua. Le macchine hanno creato dei microchip che iniettati sotto pelle si adattano ai bisogni primari degli esseri umani. Sono pochi i miei simili rimasti in vita. Sono tutti schiavi della nuova società informatica e ogni tanto uno di loro muore per ricordare agli altri che, se vogliono rimanere in vita, devono fare i bravi. Ed io mi chiedo se questa sia vita.
Ultima cosa di questo primo punto: le vite degli umani sono programmate dai robot stessi. Se un umano ha un incidente, se si taglia anche solo leggermente, se litiga con un suo simile, è perché nel suo microchip è stato programmato ciò. Naturalmente gli umani non lo sanno e dunque credono di eseguire le decisioni che prendono. Questo è un gioco perverso che viene a essere condotto dagli alti funzionari della società robotica. Perché? Perché se un umano si ribella, esaudisce solo il desiderio degli stessi robot, i quali vista la trasgressione, sono costretti a punirlo. In questo modo alimentano sempre di più il loro potere, diffondendo paura.
La dottoressa Monroe e Bait4 dicono che questi chip infettano la sfera decisionale, comportamentale e cognitiva delle persone. Io lo so perché Bait4 mi ha fatto vedere una registrazione: due umani, un uomo e una donna, camminano per le strade della città e a un certo punto iniziano a discutere senza un motivo. Zoomando sul volto del robot addetto al controllo e alla sicurezza della città, s’intravede un sorriso; il sorriso di chi sa e prova un incomprensibile gusto nell’intervenire. L’uomo è a terra, morto. La donna è prima picchiata e poi uccisa. Chiedo a Bait4 di mettere pausa, non riesco ad andare avanti.
La seconda cosa è che, ovviamente, gli umani non lavorano più. Tutto il mondo è un enorme computer che coordina le attività delle diverse sub unità, le quali a loro volta controllano i singoli distretti, le singole vie, le singole piazze. Ora capisco ciò che stava iniziando a svilupparsi nel 2036! Molte cose erano automatizzate, oggi tutto è automatizzato. Robot lavorano per altri robot, tutti perfettamente coordinati. Non esistono nemmeno più i mezzi di trasporto tradizionali. I treni delle metropolitane si trasformano automaticamente e volontariamente in tutti gli altri mezzi necessari alla circolazione dei robot (agli umani è concesso andare solo a piedi). Quando parlo di robot, parlo di macchine che hanno assunto le sembianze umane, che parlano e gesticolano come gli umani. Una volta si diceva che le tecnologie fossero le protesi dell’agire umano, ora quelle stesse tecnologie fanno degli uomini dei luoghi in cui comandare, di lavoro e di divertimento. Le menti umane più geniali sono trattate con maggior rispetto. Sono studiate e analizzate. Ora sono i robot a essere i ricercatori e gli umani a divenire gli esperimenti.
La terza e ultima cosa è che io non sono un eroe. Non posso cambiare le cose da solo. Posso, eventualmente, sperare in un’enorme autodistruzione perché nessun sistema è perfetto. Ringrazio la dottoressa Isabel Monroe per avermi curato in quel lontano 2036, quando mi trovò per caso, quando anche lei doveva scappare. Ringrazio Bait4 perché è mediante la sua tastiera incorporata che riesco a scrivere queste poche righe. Sarò un illuso, un disperato, ma guardando la dottoressa che parla con Bait4 credo ancora in una possibile armonia, in una pace fra umani e robot.

Pink Floyd e Rino Gaetano

di Rosita Mendicino

A proposito di progetti visionari, invito a riflettere su due video.

Il primo si riferisce a Money, canzone del 1973 che il 2 Giugno 2005 viene eseguita in occasione del LIVE 8 dai loro autori, il mitico gruppo dei Pink Floyd (e quando dico mitico intendo in senso letterario del termine, considerando il notevole calibro innovativo e mediatico).

Visionando il video è possibile notare lo scorrere di varie tecnologie e strumenti educativi: strumenti musicali, energia elettrica, aeroplani, anche la pittura con la vendita di quadri d’arte, la moda, l’automobile, lo sport…. e poi appare l’inquadratura di un’occhio, uno sguardo (ricorda un po’ quello dell’essere femminino della prima lezione del corso tenutasi in aula magna).
Il rapporto uomo- macchina- lavoro- mezzo nell’inquadratura della catena di montaggio, l’esplorazione dello spazio (così come ne ha parlato la prof. a riguardo dell’astronauta italiana attuale). E questo sguardo sempre presente magari può riportare alla mente George Orwell (come suggeriva il prof. 1984, io aggiungerei anche Big Brother o ancora il Panoticom di Foucalt).
Più che un video è un manifesto sociologico, il denaro che da mezzo di ben-essere (inteso come sentirsi bene) è divenuto quel che George Simmel ha immaginato nella sua opera “Filosofia del denaro” (1900): il denaro come simbolo dell’era moderna che abbatte i valori qualitativi e riduce l’uomo a “un piccolo ingranaggio”.

Il secondo video è di Rino Gaetano, mio celebre conterraneo, il quale nel 1978 canta una canzone dal titolo molto interessante : SPENDI SPANDI EFFENDI.
Anche qui in scena la tecnologia sin dalle prime riprese del filmato, e poi nel testo emerge quel che è uno dei temi centrali “l’oro nero”.

Rino canta: “soltanto un litro e in cambio ti do Cristina”, ribadendo la mercificazione dell’essere; “noi invece corriamo sempre appresso all’ambo”; “se vinco, mi danno un litro di benzina!!”: anche qui il mercato automobilistico, la catena di montaggio, l’oggettivazione di Genere.

Che cosa ci sarebbe di nuovo nell’epoca della rete?
La forma, le strutture sono costruite dagli esseri umani ma poi si diventa vittima di situazioni e contesti che non si riescono a gestire.
Il dato di fatto a mio avviso è che la tecnologia cambia più velocemente di quanto la società sia in grado di adattarsi. Proprio così:  la tecnologia evolve più rapidamente della capacità umana di comprenderla.
Cosa ne pensate?

Facciamo il punto?

Lo so che abbiamo appena cominciato, ma è anche vero che non è che abbiamo tanto tempo, e dunque dobbiamo fare il possibile per utilizzarlo bene.
Parlando con la prof. D’Ambrosio è emersa la necessità di alzare l’asticella della vostra voglia – capacità di interazione per avere a disposizione quanti più elementi possibili per prendere delle buone decisioni circa il prosieguo di questa parte del corso.
Io partirei dai 4 punti che vi abbiamo messo come post in evidenza nel nostro gruppo su Facebook:
1. Il blog e il gruppo non sono solo dei luoghi per comunicare ma anche luoghi per lavorare. Noi abbiamo molto rispetto per il lavoro, per il nostro e per il vostro, ed esigiamo lo stesso da voi.
2. Quando studierete Homo Pluralis (prima lo fate meglio è) capirete in che senso e perché “non siamo i nostri like”. Quello che conta sono i vostri commenti critici, le vostre valutazioni, le vostre riflessioni, le vostre proposte, che naturalmente potete fare solo dopo che avete letto, visto, ascoltato, riflettuto a partire dai contenuti che di volta in volta vi proponiamo.
3. Come vi abbiamo detto nel corso della prima lezione, non stiamo alla scuola dell’obbligo, siete adulti e liberi di fare quello che vi pare, però se volete partecipare davvero a questo “gioco” cercate di assimilarne al più presto le regole, cercate di renderci difficile la selezione del gruppo che lavorerà con noi per tutta la durata del corso, evitate di fare cose per finta che fanno perdere tempo a voi e a noi.
4. Studenti avvisati mezzi salvati.

… continua

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Quando alla LIM venne l’infarto


C’era una volta una classe con tanti studenti armati di smartphone, iPhone, iPod fino ai denti, che in un aula interattiva della loro internettiana scuola svolgevano bellissime attività con la magica Lim.
Ma un giorno alla Lim ven
ne un infarto ed improvvisamente si spense, lasciando nella disperazione tutti: molti degli alunni sconsolati pensavano di farla finita, il prof. svenne e si creò un panico nella classe da cui non si sapeva come uscire: dopo lo sconforto e la disperazione iniziali qualche alunno dei presenti, che aveva avuto la lucidità di non perdersi, portò del’ acqua e zucchero al prof. che si risvegliò, cerco di incoraggiare gli altri ragazzi cercando di raccontargli che forse qualcosa si poteva fare lo stesso senza la Lim.
Il prof. a questo punto disse ai ragazzi, riavutisi anche se ancora intontiti dallo shoc anadigi-dattico, che il suo svenimento era causato dallo sconforto verso l’umanità e i suoi comportamenti con le nuove tecnologie: solo poche settimane prima- raccontò ai ragazzi – aveva sentito per radio che il numero delle Sim dei telefonini aveva per la prima volta superato il numero degli abitanti della popolazione mondiale e questa notizia lo aveva molto depresso.
A questa notizia i ragazzi della classe rimasero sconvolti perchè anche loro, nativi digitali, non capivano il senso di questo sorpasso.
Da quel giorno in poi capirono che forse stava nascendo una nuova grande droga costituita dall’ eccesso di comunicazione e di internet. Decisero di vaccinarsi, per formare anticorpi al contagio digitale ed ognuno si inventò un sistema personale per non diventare internetdipedenti, si creò una bellissima gara a chi si inventava il modo migliore per debellare questa malattia, che colpiva anche i bambini vittimi dei touch screen, e vivere tutti un po’ meglio….
(E poi ? Si trovarono al cospetto di Uomini e Macchine e …ne rimasero fulminati…..la storia continua…)

Gli uomini da una parte, le tecnologie dall’altra, il lavoro in mezzo

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Oggi pomeriggio alle 16.30 sono con Maria D’Ambrosio e Alessio Strazzullo all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Maria ha iniziato ieri il suo corso di Formazione e Cultura Digitale, che quest’anno ha tra i suoi testi di riferimento due libri che ci stanno molto a cuore.
Il primo è Homo Pluralis – Essere Umani nell’Era Tecnologica di Luca De Biase, Codice Edizioni, che a modo mio ho raccontato qui. Il secondo è #Lavorobenfatto, curato per l’appunto da Maria, Alessio e me ed edito dalla Casa editrice del Suor Orsola, che raccoglie il lavoro delle ragazze e dei ragazzi che hanno seguito il corso precedente, ma su questo avremo modo di ritornare.

Quello che voglio dirvi adesso è che sono molto contento. Contento come ogni volta che mi appresto a conoscere un po’ di ragazze e di ragazzi con i quali lavorare e interagire per qualche mese, che poi molti vanno, altri vengono e qualcuno resta, e alla fine questa parte relativa ai semi che butti in giro e alle pianticelle che ogni tanto crescono è la parte più bella della mia vita professionale, insieme allo studio e alla scrittura. Contento più di ogni altra volta perché  prendendo spunto dal libro di Luca sto provando – per ora con Colomba Punzo, spero quanto prima con Nicola Cotugno, Caterina Vesta, Tommasina La Rocca e un altro po’ di brave/i maestre/i, prof., educatori e chi più ne ha più ne metta -, sto cercando di far partire questa idea “uomini da una parte, tecnologie dall’altra, lavoro in mezzo” in più scuole di ogni ordine e grado, in maniera tale da attivare la capacità visionaria di alunni e studenti e spingerli a pensare e a capire le tecnologie, e a favorire il loro uso consapevole, che non è un modo per restringere le possibilità ma per allargarle.

Volete sapere come comincio? Leggendo queste righe dall’introduzione di Luca:
«Questo libro è dedicato ai costruttori del futuro, quelli che sono concentrati non sull’apparenza ma, appunto, sulla sfida ai limiti del possibile. Le pagine che state per leggere indagano sulle narrazioni che ingabbiano l’immaginazione e sembrano obbligare l’umanità a scegliere tra il fideismo tecnofilo e il conservatorismo dell’allarme post-umano. Mettono da parte ogni pratica di previsione, e cercano di interpretare le strutture fondamentali della rete che ne fanno l’alleata più fedele degli innovatori. Non per descriverne le doti salvifiche, ma per suggerire che ha forme ancora inespresse, ancora da svelare. Il compito è porre domande, comprendere le dinamiche nascoste nelle strutture che gli umani stessi hanno creato, sviluppare nuove narrazioni liberatorie, mettere l’accento sulla consapevolezza delle conseguenze. Distinguere tra ciò che è importante e ciò che è solo interessante, e fare l’ennesimo salto culturale. Ognuno, insieme. Con un approccio ecologico ai media. Perché, anche se i computer vanno più veloci, gli umani possono andare più lontano.»

Che dite? Vi piace l’idea?
Fatemi sapere, io in ogni caso vi tengo informati.
sob