Con Colomba decidiamo che tocca a me mantenere la promessa, ma quello che scrivo più che a un report assomiglia a un flusso di coscienza: «Giuro, non so neanche io da che parte incominciare.
Faccio così, comincio dal fatto che oggi ho conosciuto un gruppetto di ragazzine e ragazzini di una decina di anni veramente speciale. No, no, se comincio così è scontato, alla fine tutte le ragazzine e i ragazzini di quell’età sono speciali, e lo diventano ancora di più quando hanno maestre come Colomba, che non è mica un caso che nei paesi dove l’istruzione è davvero una cosa seria chi insegna alle elementari è più importante di chi insegna all’università.
Va bene, allora faccio così, comincio dal fatto che appena arrivato – mentre il resto della casse si ricomponeva dopo la pausa per la merenda – ho fatto una partita a dama con Daniele (o con Paolo?, mannaggia a me e alla mia memoria ballerina) e abbiamo pareggiato, dopo di che settimana prossima mi tocca arrivare un po’ prima così facciamo lo spareggio e vediamo chi è più forte. No, neanche così va bene, ha un taglio troppo personale, mentre oggi davvero ciascuna/o di loro è stata/o una scoperta.
Va bene, faccio così, comincio dal fatto che quando sono arrivato ero già convinto che per me questa sarebbe stata una bellissima esperienza umana e professionale, e che da questa 5° dell’I.C. Marino Santa Rosa sarebbero venute fuori tante cose belle, ma quando me ne sono andato ne ero convinto ancora di più. 
Lo ammetto, neanche questo come inizio è particolarmente brillante, però faccio finta di si perché altrimenti questo post diventa un romanzo.
Ecco un breve riassunto di quello che abbiamo fatto:
i. assieme alla maestra Colomba abbiamo detto che cosa vogliamo fare insieme a loro. Si, abbiamo raccontato di essere umani, di macchine, di lavoro, e di rapporti tra gli esseri umani e le macchine, dei cambiamenti che sono avvenuti, di quelli che stanno avvenendo e di quelli che presumibilmente ancora avverranno. Come potete immaginare abbiamo cercato di farlo con un linguaggio adatto ai loro dieci anni – cosa che a Colomba viene naturale a me un po’ meno -, però abbiamo cercato di farlo sul serio, con impegno, in maniera precisa, e quando dico abbiamo non mi riferisco mica solo a Colomba e a me, mi riferisco anche e soprattutto a loro, alla classe. Per dare meglio il senso di questa parte del lavoro, provo a ricordare alcune delle parole di cui abbiamo discusso (molte sono state proposte da loro): aspirapolvere, avere, cervello, cuore, essere, essere umani, facebook, fotografia, frigorifero, futurama, futuro, internet, lavagna, lavagna luminosa, lavatrice, lavoro, macchine, motore di ricerca, penna, phone, potere (associato al controllo del telecomando), responsabilità, robot, smartphone, telecomando, tempo, transformers, video;
ii. finita questa prima parte abbiamo letto, spiegato e discusso le 7 domande che già conoscete e abbiamo chiesto alla classe di rispondere entro lunedì. L’idea è di ritornarci su alla fine del percorso per trarne qualche indicazione utile dal punto di vista del loro livello di apprendimento;
iii. infine abbiamo chiesto di fare liberamente un disegno che a loro giudizio fosse rappresentativo della discussione fatto, nelle immagini potete vederne i primi esempi, assieme a un paio di immagine della classe.
Ecco, direi che per adesso mi posso fermare qui. Chi mi conosce sa come la penso sul lavoro: i. il lavoro va preso di faccia; ii. ciò che va quasi bene non va bene; iii. una cosa è fatta quando è fatta. Ora non è che voglio fare l’eccezione alla regola, dico solo che sono molto fiducioso, di più, sono felice, perché più inseguiamo il cuore che abbiamo gettato oltre l’ostacolo più mi rendo conto che questa idea di parlare di uomini, lavoro e macchine con una quinta classe elementare, una prima superiore e un gruppo di studentesse e studenti universitari è una buona idea, dalla quale possono nascerne altre, e che in ogni caso ci aiuterà a pensare il futuro con meno paura e maggiore consapevolezza.

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