Ragionare oggi sullo stato della scuola italiana – e probabilmente della scuola in generale – è complicato.
È complicato perché si sommano e si intrecciano vari ordini di discorso, che riguardano piani diversi. Se poi guardiamo le cose dall’osservatorio della scuola napoletana, la faccenda si fa ancora più complicata, perché ai temi generali che riguardano la didattica, il suo rinnovamento, l’incontro-scontro con le nuove tecnologie, si aggiunge l’attenzione – etica, prima ancora che scientifica o didattica – alla “dispersione scolastica”, al benessere a scuola… Fra l’altro, “nuove” tecnologie? hanno settant’anni: quelli della “macchina di Turing”, quello che oggi chiamiamo “computer” – e la televisione ne ha novanta! E la nostra sudditanza intellettuale, sulla scorta del linguaggio delle circolari ministeriali, ce le fa chiamare, e quindi concepire, ancora come “nuove”!
Allora, prima di tutto, liberiamoci dallo sguardo “scolastico”, operiamo una rotazione del punto di vista, facciamo una piccola “rivoluzione copernicana” e guardiamo alla scuola dal fuori, dal mondo, e non dall’interno della scuola stessa.
… E guardiamo un attimo al passato:
Per secoli, se non millenni, gli umani, tutti, hanno imparato dall’esperienza concreta: facevano cose, e agivano sulla realtà (mentre la realtà agiva su di loro), imparando e concettualizzando.
A partire da un certo momento storico, fino a tutta la Modernità, l’istruzione si è divisa in due grandi aree: quella pratica, in cui si “imparava un mestiere”, e quella astratta, che formava le classi dirigenti, le élites.
Da un certo momento in poi, tutta l’istruzione è diventata astratta, fondata sul “sentito dire”, staccata dal reale e dal suo mutamento, in parte legata implicitamente allo studio del passato (pensiamo alla Storia, alle lingue “classiche”), ai sistemi astratti (Matematica, Fisica, Chimica…), o – se vuole insegnare il presente – si ritrova a insegnare qualcosa che, per causa dell’accelerazione continua, quotidiana, del mutamento, nel momento in cui lo insegna è già passato.
Oggi, tutte le aree della socializzazione (istruzione, formazione – formale, informale, non-formale) si trovano a fare i conti con un titanico sistema di formazione, informazione, socializzazione: il Web/il digitale.
La caratteristica del digitale – e del Web – è che propongono un’esperienza di socializzazione che è prima di tutto estetica, e che immerge le persone in una sfera che rapidamente si sta imponendo come il principale mediatore far noi e la realtà, anzi come la realtà stessa. E rispetto a questo, non valgono né moralismi né buone intenzioni – né peggio ancora, le alchimie didattico/contabili di sedicenti tecnocrati come i nostri docimologi, valutatori, burocrati dell’istruzione.
Ormai dobbiamo tener conto di una eventualità: che il futuro della socializzazione non possa più fare a meno di guardare alla Rete e al digitale, perché sono la rete e il digitale a battere il tempo e dettare i ritmi del mutamento, della socializzazione, della crescita, perché sono sempre più il mondo in cui viviamo.
Un’obiezione? Ma se tutto questo discorso parte dall’opposizione fra “esperienza” e “sentito dire”, cosa c’è di più distante dalla realtà concreta del Web e del digitale? Strumenti per eccellenza di mediazione e riscrittura fra noi e il reale? Vero, ma… il reale, è ciò che noi – socialmente – definiamo e esperiamo per tale. Ed è più reale un gioco interattivo in rete, o un episodio di storia greca letto su un libro – peraltro fatto sempre più spesso male?

Un consiglio di lettura:


http://www.mediascapesjournal.it/

copertino5

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