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Venerdì 10 Aprile si comincia a Ponticelli. In una 5° elementare dell’Istituto Comprensivo Marino Santa Rosa. Con la regia di Colomba Punzo. E si proseguirà ogni Venerdì. Dalle 10.45 alle 13.00
Mercoledì 15 Aprile si comincia a Scampia. In una 1° dell’Istituto Tecnico Galileo Ferraris. Con la regia di Nicola Cotugno.
E si proseguirà ogni mercoledì. Dalle 11.00 alle 13.00
Intanto procede il lavoro con le studentesse e gli studenti dell’Università Suor Orsola Benincasa. Con la regia di Maria D’Ambrosio. Tutti i mercoledì dalle 16.30 alle 18.30. Settimana prossima individuiamo le ragazze e i ragazzi con i quali approfondiamo i temi fin qui discussi.

Posso dire che sono contento?
L’idea di discutere di futuro di umani, tecnologie (macchine) e lavoro con ragazze e ragazzi di ogni età si sta dimostrando ricca di suggestioni e di possibilità.
Personalmente sono molto fiducioso, assaje assaje, però come sempre le cose bisogna prima farle e poi dirle, perciò voi continuate a seguirci su queste pagine, perché non solo vi racconteremo tutto ma proprio tutto quello che accade, ma cercheremo di coinvolgervi, e di rendervi partecipi.
A presto.

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Io umano

di Marco Salvatore Ariosto

Anno 2030, mese ottobre, giorno dodici.
Ricordo tutto perfettamente anche se avevo solo sette anni. Ricordo perché era il compleanno di mio fratello Elio, dieci anni. Mamma aveva preparato una torta deliziosa, al cioccolato con pezzetti di nocciole e panna. Papà invece tornò a casa soltanto verso le nove di sera.
Ammiravo tanto mio padre, mi affascinava il suo lavoro.
«Io? Aggiusto macchine tecnologiche rotte!» mi rispose una volta che gli chiesi che lavoro facesse. Quel 12 ottobre mamma era apparentemente serena, solo ora comprendo. Appena papà aprì la porta, lei si fiondò da lui e gli disse «ma dove diavolo eri finito? Fra poco apriamo la torta!« e papà «accendi la televisione e capirai.»
Ricordo che c’era un’edizione straordinaria del telegiornale. Ho trovato da poco, grazie ad un amico molto speciale, quel filmato: «Buonasera e benvenuti a questa edizione straordinaria dell’USB News! È stato appena firmato il trattato per la gestione delle risorse tecnologiche tra lo scienziato ed esperto d’informatica giapponese Hirokawa Asariko e il presidente degli Stati Uniti d’America George Philip Floppy. Ci siamo! La svolta è arrivata in quanto, i diversi robot sequestrati undici giorni fa sono stati approvati e descritti dallo stesso presidente come innocui e positivi per il nostro mondo! Preparatevi perché già da domani le vostre, le nostre vite cambieranno. Certo non sono mancate le polemiche e a opporsi a ciò troviamo la dottoressa Isabel Monroe …».
Mamma spense la televisione. «Quei robot non faranno altro che distruggerci! Troppo, troppo potere – disse papà pesantemente afflitto.»

Anno 2036, mese giugno, giorno tre.
La situazione è degenerata incredibilmente. Papà è morto. Mamma è in prigione. Io e mio fratello siamo in un istituto per i casi difficili, cioè per quei bambini che non hanno genitori. Piango ed Elio mi stringe fra le sue braccia. Gli unici umani che vediamo sono solo i bambini. I robot ci controllano giorno e notte, si prendono cura di noi ma se qualcuno prova a scappare diventano delle vere e proprie sirene d’allarme. Guardo fuori dalla finestra e non riconosco il mondo in cui vivo. Noto che non ci sono più i giornalai o le cartolibrerie; sono scomparsi anche i fiorai e le pasticcerie. Forse intravedo degli umani, che strano però, sembra che abbiano paura di qualcosa o di qualcuno. Chiedo a Elio perché papà è morto e se la mamma tornerà mai da noi.
Lui risponde così: «Papà è morto perché sapeva troppo. Così ha detto mamma mentre la portavano via. Mamma urlava che papà aveva previsto tutto e che è stato ucciso. Mamma non penso che torni.»
Scendo dal mio letto e sento un robot parlare con un suo simile: «la dottoressa Monroe è ancora ricercata»; mentre ascolto, suona un allarme; non è lo stesso allarme di quando uno di noi prova a scappare, è diverso. In poco tempo vedo che automaticamente le finestre si chiudono, i robot si allontanano dall’istituto, i bambini piangono e in più anche le porte principali d’acciaio dell’istituto si chiudono.
Noi bambini proviamo a scappare, non vedo Elio. In poco tempo tutto cambia perché ci sono esplosioni ovunque. L’unico colore che ricordo è il rosso, continuo a piangere, le lacrime s’impossessano delle mie pupille, non vedo più nulla, mi agito perché manca l’aria, forse c’è del fumo, inciampo, batto la testa e cado, il resto è nero. Quando mi sveglio, comprendo solo una cosa: dovevo essere morto e invece sono vivo.

Anno 2050, mese e giorno ignoti.
Adesso ho ventisette anni e ritengo di essere un miracolato. Se scrivo questo diario, è perché la mia memoria potrebbe sparire da un momento all’altro. Ora sono adulto e comprendo tutto quello che prima di me aveva compreso papà.
Ho fatto delle ricerche o per meglio dire c’è chi le ha fatte per me. Nel 2030 gli uomini hanno commesso un grave errore: si sono fidati dei robot, dandogli un incredibile potere. Adesso sono loro a comandare il mondo, sono loro a provare stati d’animo come il piacere e la soddisfazione quando massacrano qualche umano.
Vivo in un luogo che non ha né nome né coordinate geografiche. I robot hanno abbandonato da qualche tempo questo luogo credendo che tutte le vite umane, una volta qui presenti, siano state archiviate. Questo siamo diventati: dei file, dei numeri, delle pratiche da archiviare. Mentre penso a tutto ciò, una voce mi riporta alla realtà; è la dottoressa Isabel Monroe creduta da tutti morta. Sento di essere legato a lei forse perché entrambi, tecnicamente, dovremmo essere morti. Ormai lei è anziana ma ha ancora tanta voglia di vivere. A proposito di vita, non ci nutriamo più col cibo, ma con delle siringhe e dei microchip. A procurarci il materiale necessario per la sopravvivenza è Bait4, un robot che però è nostro amico. È stato scartato dalla società robotica perché durante i controlli di routine è stato ritenuto idoneo solo al 99,99%. Bait4 cerca vendetta, la dottoressa Monroe cerca risposte, io cerco l’umanità delle persone che tanto mi manca.
Spesso Bait4 riesce a intrufolarsi nella società robotica e quando torna, racconta quello che registra (visto che i suoi tre occhi sono delle telecamere). I robot fanno quello che prima facevano gli umani, grazie al chip dell’anima: crescono, vanno a scuola, dove studiano le società primitive come quella umana, lavorano, mettono su famiglia e ogni tot si potenziano scaricando nuove versioni di se stessi. Europa, Asia, America e così viva non esistono più. Ora c’è Downloadlandia con un’unica lingua universale e cioè quella degli inserimenti usb, delle versioni aggiornate, dei trasferimenti sensoriali mediati da processori cibernetici e così via.
In questo orribile posto sono tre le cose che mi spaventano a morte.
La prima è che gli umani sono stati sopraffatti dalle loro stesse invenzioni. Hanno creato intelligenze artificiali che poi, tanto artificiali non sono più. Gli umani come detto prima non mangiano più mediante il cibo e aggiungo che non bevono più mediante l’acqua. Le macchine hanno creato dei microchip che iniettati sotto pelle si adattano ai bisogni primari degli esseri umani. Sono pochi i miei simili rimasti in vita. Sono tutti schiavi della nuova società informatica e ogni tanto uno di loro muore per ricordare agli altri che, se vogliono rimanere in vita, devono fare i bravi. Ed io mi chiedo se questa sia vita.
Ultima cosa di questo primo punto: le vite degli umani sono programmate dai robot stessi. Se un umano ha un incidente, se si taglia anche solo leggermente, se litiga con un suo simile, è perché nel suo microchip è stato programmato ciò. Naturalmente gli umani non lo sanno e dunque credono di eseguire le decisioni che prendono. Questo è un gioco perverso che viene a essere condotto dagli alti funzionari della società robotica. Perché? Perché se un umano si ribella, esaudisce solo il desiderio degli stessi robot, i quali vista la trasgressione, sono costretti a punirlo. In questo modo alimentano sempre di più il loro potere, diffondendo paura.
La dottoressa Monroe e Bait4 dicono che questi chip infettano la sfera decisionale, comportamentale e cognitiva delle persone. Io lo so perché Bait4 mi ha fatto vedere una registrazione: due umani, un uomo e una donna, camminano per le strade della città e a un certo punto iniziano a discutere senza un motivo. Zoomando sul volto del robot addetto al controllo e alla sicurezza della città, s’intravede un sorriso; il sorriso di chi sa e prova un incomprensibile gusto nell’intervenire. L’uomo è a terra, morto. La donna è prima picchiata e poi uccisa. Chiedo a Bait4 di mettere pausa, non riesco ad andare avanti.
La seconda cosa è che, ovviamente, gli umani non lavorano più. Tutto il mondo è un enorme computer che coordina le attività delle diverse sub unità, le quali a loro volta controllano i singoli distretti, le singole vie, le singole piazze. Ora capisco ciò che stava iniziando a svilupparsi nel 2036! Molte cose erano automatizzate, oggi tutto è automatizzato. Robot lavorano per altri robot, tutti perfettamente coordinati. Non esistono nemmeno più i mezzi di trasporto tradizionali. I treni delle metropolitane si trasformano automaticamente e volontariamente in tutti gli altri mezzi necessari alla circolazione dei robot (agli umani è concesso andare solo a piedi). Quando parlo di robot, parlo di macchine che hanno assunto le sembianze umane, che parlano e gesticolano come gli umani. Una volta si diceva che le tecnologie fossero le protesi dell’agire umano, ora quelle stesse tecnologie fanno degli uomini dei luoghi in cui comandare, di lavoro e di divertimento. Le menti umane più geniali sono trattate con maggior rispetto. Sono studiate e analizzate. Ora sono i robot a essere i ricercatori e gli umani a divenire gli esperimenti.
La terza e ultima cosa è che io non sono un eroe. Non posso cambiare le cose da solo. Posso, eventualmente, sperare in un’enorme autodistruzione perché nessun sistema è perfetto. Ringrazio la dottoressa Isabel Monroe per avermi curato in quel lontano 2036, quando mi trovò per caso, quando anche lei doveva scappare. Ringrazio Bait4 perché è mediante la sua tastiera incorporata che riesco a scrivere queste poche righe. Sarò un illuso, un disperato, ma guardando la dottoressa che parla con Bait4 credo ancora in una possibile armonia, in una pace fra umani e robot.

Pink Floyd e Rino Gaetano

di Rosita Mendicino

A proposito di progetti visionari, invito a riflettere su due video.

Il primo si riferisce a Money, canzone del 1973 che il 2 Giugno 2005 viene eseguita in occasione del LIVE 8 dai loro autori, il mitico gruppo dei Pink Floyd (e quando dico mitico intendo in senso letterario del termine, considerando il notevole calibro innovativo e mediatico).

Visionando il video è possibile notare lo scorrere di varie tecnologie e strumenti educativi: strumenti musicali, energia elettrica, aeroplani, anche la pittura con la vendita di quadri d’arte, la moda, l’automobile, lo sport…. e poi appare l’inquadratura di un’occhio, uno sguardo (ricorda un po’ quello dell’essere femminino della prima lezione del corso tenutasi in aula magna).
Il rapporto uomo- macchina- lavoro- mezzo nell’inquadratura della catena di montaggio, l’esplorazione dello spazio (così come ne ha parlato la prof. a riguardo dell’astronauta italiana attuale). E questo sguardo sempre presente magari può riportare alla mente George Orwell (come suggeriva il prof. 1984, io aggiungerei anche Big Brother o ancora il Panoticom di Foucalt).
Più che un video è un manifesto sociologico, il denaro che da mezzo di ben-essere (inteso come sentirsi bene) è divenuto quel che George Simmel ha immaginato nella sua opera “Filosofia del denaro” (1900): il denaro come simbolo dell’era moderna che abbatte i valori qualitativi e riduce l’uomo a “un piccolo ingranaggio”.

Il secondo video è di Rino Gaetano, mio celebre conterraneo, il quale nel 1978 canta una canzone dal titolo molto interessante : SPENDI SPANDI EFFENDI.
Anche qui in scena la tecnologia sin dalle prime riprese del filmato, e poi nel testo emerge quel che è uno dei temi centrali “l’oro nero”.

Rino canta: “soltanto un litro e in cambio ti do Cristina”, ribadendo la mercificazione dell’essere; “noi invece corriamo sempre appresso all’ambo”; “se vinco, mi danno un litro di benzina!!”: anche qui il mercato automobilistico, la catena di montaggio, l’oggettivazione di Genere.

Che cosa ci sarebbe di nuovo nell’epoca della rete?
La forma, le strutture sono costruite dagli esseri umani ma poi si diventa vittima di situazioni e contesti che non si riescono a gestire.
Il dato di fatto a mio avviso è che la tecnologia cambia più velocemente di quanto la società sia in grado di adattarsi. Proprio così:  la tecnologia evolve più rapidamente della capacità umana di comprenderla.
Cosa ne pensate?

Facciamo il punto?

Lo so che abbiamo appena cominciato, ma è anche vero che non è che abbiamo tanto tempo, e dunque dobbiamo fare il possibile per utilizzarlo bene.
Parlando con la prof. D’Ambrosio è emersa la necessità di alzare l’asticella della vostra voglia – capacità di interazione per avere a disposizione quanti più elementi possibili per prendere delle buone decisioni circa il prosieguo di questa parte del corso.
Io partirei dai 4 punti che vi abbiamo messo come post in evidenza nel nostro gruppo su Facebook:
1. Il blog e il gruppo non sono solo dei luoghi per comunicare ma anche luoghi per lavorare. Noi abbiamo molto rispetto per il lavoro, per il nostro e per il vostro, ed esigiamo lo stesso da voi.
2. Quando studierete Homo Pluralis (prima lo fate meglio è) capirete in che senso e perché “non siamo i nostri like”. Quello che conta sono i vostri commenti critici, le vostre valutazioni, le vostre riflessioni, le vostre proposte, che naturalmente potete fare solo dopo che avete letto, visto, ascoltato, riflettuto a partire dai contenuti che di volta in volta vi proponiamo.
3. Come vi abbiamo detto nel corso della prima lezione, non stiamo alla scuola dell’obbligo, siete adulti e liberi di fare quello che vi pare, però se volete partecipare davvero a questo “gioco” cercate di assimilarne al più presto le regole, cercate di renderci difficile la selezione del gruppo che lavorerà con noi per tutta la durata del corso, evitate di fare cose per finta che fanno perdere tempo a voi e a noi.
4. Studenti avvisati mezzi salvati.

… continua

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Quando alla LIM venne l’infarto


C’era una volta una classe con tanti studenti armati di smartphone, iPhone, iPod fino ai denti, che in un aula interattiva della loro internettiana scuola svolgevano bellissime attività con la magica Lim.
Ma un giorno alla Lim ven
ne un infarto ed improvvisamente si spense, lasciando nella disperazione tutti: molti degli alunni sconsolati pensavano di farla finita, il prof. svenne e si creò un panico nella classe da cui non si sapeva come uscire: dopo lo sconforto e la disperazione iniziali qualche alunno dei presenti, che aveva avuto la lucidità di non perdersi, portò del’ acqua e zucchero al prof. che si risvegliò, cerco di incoraggiare gli altri ragazzi cercando di raccontargli che forse qualcosa si poteva fare lo stesso senza la Lim.
Il prof. a questo punto disse ai ragazzi, riavutisi anche se ancora intontiti dallo shoc anadigi-dattico, che il suo svenimento era causato dallo sconforto verso l’umanità e i suoi comportamenti con le nuove tecnologie: solo poche settimane prima- raccontò ai ragazzi – aveva sentito per radio che il numero delle Sim dei telefonini aveva per la prima volta superato il numero degli abitanti della popolazione mondiale e questa notizia lo aveva molto depresso.
A questa notizia i ragazzi della classe rimasero sconvolti perchè anche loro, nativi digitali, non capivano il senso di questo sorpasso.
Da quel giorno in poi capirono che forse stava nascendo una nuova grande droga costituita dall’ eccesso di comunicazione e di internet. Decisero di vaccinarsi, per formare anticorpi al contagio digitale ed ognuno si inventò un sistema personale per non diventare internetdipedenti, si creò una bellissima gara a chi si inventava il modo migliore per debellare questa malattia, che colpiva anche i bambini vittimi dei touch screen, e vivere tutti un po’ meglio….
(E poi ? Si trovarono al cospetto di Uomini e Macchine e …ne rimasero fulminati…..la storia continua…)

Gli uomini da una parte, le tecnologie dall’altra, il lavoro in mezzo

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Oggi pomeriggio alle 16.30 sono con Maria D’Ambrosio e Alessio Strazzullo all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Maria ha iniziato ieri il suo corso di Formazione e Cultura Digitale, che quest’anno ha tra i suoi testi di riferimento due libri che ci stanno molto a cuore.
Il primo è Homo Pluralis – Essere Umani nell’Era Tecnologica di Luca De Biase, Codice Edizioni, che a modo mio ho raccontato qui. Il secondo è #Lavorobenfatto, curato per l’appunto da Maria, Alessio e me ed edito dalla Casa editrice del Suor Orsola, che raccoglie il lavoro delle ragazze e dei ragazzi che hanno seguito il corso precedente, ma su questo avremo modo di ritornare.

Quello che voglio dirvi adesso è che sono molto contento. Contento come ogni volta che mi appresto a conoscere un po’ di ragazze e di ragazzi con i quali lavorare e interagire per qualche mese, che poi molti vanno, altri vengono e qualcuno resta, e alla fine questa parte relativa ai semi che butti in giro e alle pianticelle che ogni tanto crescono è la parte più bella della mia vita professionale, insieme allo studio e alla scrittura. Contento più di ogni altra volta perché  prendendo spunto dal libro di Luca sto provando – per ora con Colomba Punzo, spero quanto prima con Nicola Cotugno, Caterina Vesta, Tommasina La Rocca e un altro po’ di brave/i maestre/i, prof., educatori e chi più ne ha più ne metta -, sto cercando di far partire questa idea “uomini da una parte, tecnologie dall’altra, lavoro in mezzo” in più scuole di ogni ordine e grado, in maniera tale da attivare la capacità visionaria di alunni e studenti e spingerli a pensare e a capire le tecnologie, e a favorire il loro uso consapevole, che non è un modo per restringere le possibilità ma per allargarle.

Volete sapere come comincio? Leggendo queste righe dall’introduzione di Luca:
«Questo libro è dedicato ai costruttori del futuro, quelli che sono concentrati non sull’apparenza ma, appunto, sulla sfida ai limiti del possibile. Le pagine che state per leggere indagano sulle narrazioni che ingabbiano l’immaginazione e sembrano obbligare l’umanità a scegliere tra il fideismo tecnofilo e il conservatorismo dell’allarme post-umano. Mettono da parte ogni pratica di previsione, e cercano di interpretare le strutture fondamentali della rete che ne fanno l’alleata più fedele degli innovatori. Non per descriverne le doti salvifiche, ma per suggerire che ha forme ancora inespresse, ancora da svelare. Il compito è porre domande, comprendere le dinamiche nascoste nelle strutture che gli umani stessi hanno creato, sviluppare nuove narrazioni liberatorie, mettere l’accento sulla consapevolezza delle conseguenze. Distinguere tra ciò che è importante e ciò che è solo interessante, e fare l’ennesimo salto culturale. Ognuno, insieme. Con un approccio ecologico ai media. Perché, anche se i computer vanno più veloci, gli umani possono andare più lontano.»

Che dite? Vi piace l’idea?
Fatemi sapere, io in ogni caso vi tengo informati.
sob